iniziamo

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Facciamo così, che io prima scrivo e poi scopro per chi e per dove. Scopro se poi leggerà qualcuno oppure se rimarrà tra i mille (forse anche qualcuno in meno) talenti inespressi della mia vita. Resterà uno di quei “talentini” che non raggiungono mai l’eccellenza, perché non ne sono capaci o perché manca, a me, la forza di volontà.

Mi ritrovo qui, a due mesi e mezzo di inattività, a cercare di mettere insieme pezzi della mia vita cercando di capire quale sia la direzione che vorrei prendere domani, dopo domani, tra un anno. Guardando il conto in banca sempre più risicato (e l’unico motivo per cui non è andato in rosso è che mi sono sposata con una persona che può permettersi di fare un bonifico alla propria moglie mensilmente). Ma poi è il conto in banca l’unico problema? O è anche quel senso di vuoto che mi capita intorno al mattino, quando tutti sono fuori e nelle giornate più fortunate hai da fare dolci e sistemare le piante, nelle peggiori la biancheria da ritirare, piegare, calzini spaiati da accoppiare, mutande da distribuire nei cassetti. Se almeno il conto in banca non mi fosse così ostile andrei per mercati, negozi, mi iscriverei a un corso di scrittura creativa e in palestra, mi comprerei una tuta che poi non userei mai. E invece vado a vederle, le tute, le scelgo, ma non le provo. Tanto lo so che non la userei e che sarebbero soldi sprecati e in questo momento voglio dimostrare a me stessa e al marito che bonifica, nel significato letterale del termine, la mia situazione economica, che posso farcela con meno possibile, ancor meno del mese prima.

E poi c’è il vuoto nella testa, quel dubbio che io non sia più capace di pensare, fare, partecipare a una discussione, a un confronto su qualche contenuto. Il dubbio che di vero, di sostanzioso ci sia poco. Perché davanti alla scuola elementare o nel corridoio angusto degli armadietti della materna si fanno discorsi da tutti i giorni, mai troppo approfonditi, cose banali. E io non so fare neanche quelli, non so neanche avere i rapporti da tutti i giorni. Quando la quotidianità era fatta di lavoro, pensieri, discussioni con i clienti, problemi da risolvere quella pausa davanti alla scuola era un momento di leggerezza, era una boccata d’aria. Perché sapevo di avere altro da dare, altro da dire. Adesso ho paura che chi mi sta parlando scopra che dietro le chiacchiere sui pidocchi e i compiti di matematica, la poesia da studiare e il corso di psicomotricità, non c’è altro o quasi.

Scopra che se accelero il passo quando esco da scuola è solo per abitudine, perché non ho alcun posto dove andare, non ho un tram da prendere per arrivare in ufficio.

Ecco, non mi so regalare la calma, il piacere di fare le cose con tranquillità, di godermi la passeggiata con i bambini andando a scuola, di aspettare la maestra alla materna anziché lasciare il piccolo al prescuola. Non mi piacciono le chiacchiere, non mi piace la socialità fine a se stessa.

Tanto di me dipendeva da altro e da altri. Tanto della mia identità era legato alla mia professione, come se senza il lavoro io fossi rimasta monca, senza una parte fisica di me. E forse non è bello riconoscerlo, ammetterlo con me stessa: che non ho saputo costruire e costruirmi un mondo più mio, più autonomo dagli altri. Più grande delle abitudini quotidiane, dei ruoli che ho assunto nella mia vita. Un mondo che gli altri non mi avrebbero potuto portare via, che dipendesse solo da me, non dalle scelte di qualcun’altro.

E quindi sono qui, a occupare il mio tempo, a cercare di “agitarmi” come mi suggerisce costantemente con testardaggine e a volte scarsa delicatezza mio marito. A cercare di trovare una nuova strada, di farmi violenza per uscire dal mio guscio, per farmi conoscere anche a chi non mi conosce. Per convincermi che posso farcela a fare un percorso che mai avrei immaginato di riuscire a fare. A provare a sentirmi meno inutile di quanto spesso non mi sembra di essere, ad avere di nuovo una routine che mi contenga, mi protegga, mi spinga a fare meglio, a far di più.

Non è facile, non è scontato saper riempire il tempo, saper girare pagina. Essere forte, coraggiosa, buttare il cuore oltre l’ostacolo e partire di nuovo.

A volte do la colpa di questa difficoltà a iniziare un nuovo progetto alle dolci  “zavorre” della mia vita: tre bambini, una casa, una città in cui vivo da sempre, una famiglia, lo stesso quartiere, 38 anni vissuti sempre con la certezza che il futuro avrebbe sempre avuto lo stesso orizzonte. Ma non è colpa delle mie zavorre, è che io sono fatta così: soppeso, valuto, vado sulla strada tracciata dove so di avere il mio segno, la mia scia da percorrere. Non mi spaventa prendermi spazio, non mi spaventa alzare la voce, so di saperlo fare, so di amare lo scontro, non mi spaventa la stanchezza, so di essere resistente e tenace. Mi spaventa la sconfitta, so di pretendere tanto, troppo da me. So di voler essere la prima, la migliore, il capitano dell’aereo (o del treno o della barca), non un passeggero. Di essere sopra la media, un gradino più in alto. E adesso c’è una scala da salire, un percorso da fare e io ho paura, di non essere abbastanza.

E poi c’è l’abitudine, la pretesa a voler fare tutto da sola, a non chiedere aiuto, a non concedersi debolezze, a non mostrarsi fragile. Perché non si può essere fragili, perché le persone fragili non mi piacciono, non le prendo in considerazione. Perché se ne esco da sola so che è stato merito mio, se ne esco con gli altri non avrò mai la certezza che in fin dei conti non siano stati loro, gli altri, a vincere, a risollevarmi. E io non riesco a stare con questo dubbio.

 

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3 pensieri su “iniziamo

  1. elena

    Parole e immagini del tuo presente che descrivono a tratti il mio. Inquietudini che conosco bene e sguardi differenti che mi incuriosiscono… un sorriso complice mi si disegna in volto leggendo di fragilità… penso alle mie che ora mi sono amiche… la fonte del mio coraggio.

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