caro amico ti scrivo

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“Magari mi porto il mio diario segreto al mare”. Non è un diario tutto rosa e pieno di perline sberluccicanti. E’ il diario di Jacopo, quello in cui scrive i suoi pensieri.

Una volta l’ho aperto, divorata dalla curiosità e ho letto cose che sapevo già, non del tutto positive per me. Ma quello che mi ha ferito di più è stato il mio gesto di aprirlo: violare uno spazio suo, in cui mi aveva chiesto esplicitamente di non entrare. Era venir meno alla fiducia che riponeva in me e questa piccola meschinità, questo tradimento verso di lui mi ha fatto sentire piccola piccola. Così ho deciso che non l’avrei più aperto, perché mi sono sentita troppo male.

Ieri sera, prima di andare a dormire, anziché leggere, cosa che fa con voracità inesauribile, Jacopo mi ha detto “Posso scrivere sul mio diario?” e mentre io leggevo ai suo fratelli una storia lo vedevo che ci guardava con la coda dell’occhio e poi si buttava nelle pagine, scrivendo fitto fitto.

Anche io ho lo stesso bisogno di scrivere la vita che mi scorre addosso. Ogni volta che qualcosa di rilevante mi succede, quando i fili si ingarbugliano e non so più ordinare idee ed emozioni, una penna (o la tastiera di un computer) diventa un’arma segreta per me. Per rimettere in ordine ciò che si è scomposto, per confessare a me stessa quello che non riesco a dirmi, per fissare ciò che di importante sta avvenendo in me mentre gli eventi procedono tumultuosi.

Quando Jacopo è nato, appena ho riconquistato la stazione seduta ho chiesto a Flavio: portami della carta e una penna. E ho iniziato a scrivere, lettere per lui, lettere per Jacopo. Quando un’amica è stata in quel limbo senza porte e finestre per guardare fuori che è il coma, ho scritto, per lei, per me. Quando ho riordinato la cantina ho trovato una scatola di latta: piena di lettere che ho ricevuto da mia sorella il giorno prima del suo matrimonio, dalla mia amica mentre era in Erasmus, dal mio fidanzato dei 16 anni. E ho ritrovato loro, la mia vita, gli eventi che mi hanno trasformata e fatta crescere.

Bello riconoscere in Jacopo qualcosa che è anche mio, bello sapere quanto può farlo star bene quel diario. Che resterà suo, inviolato.

 

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