quella parte del proprio dovere

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Quando la maestra ti scrive sul diario di tua figlia di prima elementare “Stia tranquilla” dopo le tue scuse per averla fatta uscire con un’ora di anticipo, forse hai qualcosa su cui riflettere. 

Quando il capo scout di tua figlia ti dice che se lei piange perché non è riuscita a fare una cosa come voleva è perché ha dei genitori che l’hanno abituata a dare il meglio, a pretendere da se stessi molto, non sai se esserne orgogliosa o se stai facendo dei danni.

Il perfezionismo è una malattia da cui non si guarisce, anzi si peggiora soltanto. Inizi da piccola a voler superare il limite, voler mettere in discussione il confine che ti è stato dato. E continui negli anni, implacabile con gli altri, ma soprattutto con te stessa, perché potevi fare di più, potevi fare meglio. Quando hai dei figli il perfezionismo diventa un’arma a doppio taglio: educa a dare del proprio meglio e alla disciplina, ma al tempo stesso può generare aspettative faticose da soddisfare, frustrazioni e danni all’autostima.

Spesso mi dico che se i miei figli si abitueranno fin da piccoli a pretendere molto da sé, si troveranno bene nella vita. Perché saranno abituati a lavorare molto, a non accontentarsi, a migliorarsi costantemente. E quando li vedo stanchi ma soddisfatti, grandi e autonomi, indipendenti e con forza di carattere penso che saranno adulti felici. Quando invece li vedo abbattuti, affaticati perché si sono messi troppo alla prova, arrabbiati dentro, con loro stessi perché gli sembra di non essere riusciti a fare abbastanza, penso che saranno adulti infelici, a volte, come me. Che non si sentiranno mai arrivati, realizzati fino in fondo perché c’è sempre una nuova meta da raggiungere, che non si faranno sconti e si scontreranno con un mondo che ragiona in termini di “condoni” (altro che sconti…). 

Essere perfezionisti è una fatica e non sempre paga. Ma alla genetica non si comanda e i miei figli subiranno la mia stessa sorte: essere convinti di aver fatto solo una parte del proprio dovere. Perché il proprio dovere è fare sempre il meglio di ciò che si è. E non sempre, a un perfezionista, questo basta.

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9 pensieri su “quella parte del proprio dovere

  1. Leggo da quando hai iniziato a scrivere ma non ho mai commentato, però questo articolo mi tocca da vicino (come molti altri, ma forse di più), perché anche a casa Delmastro siamo tutti dei maniaci della perfezione (o del controllo? Le due cose non sono lontane, purtroppo), e Giulia – 6 anni – mostra sintomi simili a quelli che racconti per vostra figlia.

    Condividendo praticamente tutto quello che scrivi, mi permetto di aggiungere un pezzo: puntare in alto e chiedere il meglio da se stessi (e insegnare ai figlia a farlo) è fondamentale, ma penso serva anche insegnare loro a sapere perdonarsi le proprie imperfezioni. Non si tratta di scendere a compromessi con condoni e sconti, ma accettare la proprio finitezza come buona, e non necessariamente come qualcosa da combattere. Altrimenti il rischio è cadere in una trappola perversa dove ci si sente bene (e ci si sente amati, che è peggio) solo perché si è perfetti. Mentre invece, lo sappiamo, l’amore passa sopra i difetti, e imparare a accettarlo è una lezione altrettanto importante (per noi adulti in primo luogo!).

    • Premetto dicendo che il fatto che tu mi legga mi rende orgogliosa. Hai ragione e me le dico spesso queste cose e gliele dico spesso queste cose. Ma tu ci riesci sempre davvero su te stesso? Io no. La strada è lunga e mi sa che non sarà mai finita.

      • Io riuscirci? No, praticamente mai. Credo che sia un problema comune per chi è passato da un certo tipo di percorso. Ma da un po’ mi pongo la questione per ragioni educative, perché la cosa non è neutra rispetto ai figli, e sono giunto alla conclusione che valga la pena fare lo sforzo di mostrarsi (anche) un po’ “deboli”, che faccia crescere anche vedere mamma e papà ammettere le difficoltà senza farne un dramma.

  2. cagnotti

    Da figlio di genitori entrambi insegnanti mi sento toccato in profondità da questa riflessione sulla perfezione e sul perfezionismo.
    Essere figlio di insegnanti è un grande privilegio, perché ti consente di respirare cultura fin dalla primissima infanzia. Questo poi, nel bene, te lo porti dentro tutta la vita.
    Ma essere figlio di insegnanti è anche una grande iattura. Perché l’insegnante è sempre esigente. Spietato e inesorabile. Per il genitore insegnante il figlio non dev’essere solo bravo, ma il più bravo: “Se altri lo possono fare, allora lo puoi fare anche tu. Se tu non lo hai fatto, allora non sei meritevole”. E sono sempre sempre sempre drammi, tragedie, casini. Un senso di inadeguatezza, di rifiuto. Di giudizio più che di amore. Anche questo poi, nel male, te lo porti dentro tutta la vita. E ti devasta l’autostima.
    Io per fortuna non ho e non avrò figli. Ma voi che li avete, mi raccomando, stateci attenti.

    • Sono figlia di maestra, vissuta tra collegi docenti, compiti da correggere, vestiti e scenografie per recite. Ho avuto genitori che mi chiedevano grande impegno, ma anche una mamma meravigliosamente equilibrata. Quando mi rendo conto che sto per esagerare chiedo consiglio a lei ed evito grossi errori!

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