l’amore, ai tempi dell’ultra comunicazione

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Mi ami? Ma quanto mi ami? E mi pensi? Ma quanto mi pensi?” era uno spot tv degli anni ’80 che promuoveva un servizio rivoluzionario: l’avviso di chiamata. Tu eri al telefono e potevi prendere un’altra telefonata lasciando la prima linea in attesa. Un prodigio della tecnica, che molti poi non sapevano usare e quindi se eri il secondo a chiamare rimanevi inutilmente in attesa (oppure nel tentativo di prendere la seconda chiamata sbattevano il telefono in faccia a entrambi i malcapitati).

Ai tempi di whatsapp, sms, social network e simili l’amore corre su altre linee. Ai tempi in cui l’amore della tua vita diventano tre minorenni in giro per vacanze tra campi scout e case dei nonni, ti destreggi tra la voglia di sapere come stanno e il bisogno di provare l’ebbrezza dell’assenza e del silenzio.

E ci sono diversi modelli di comportamento:

– il messaggio iniziale dal campo di Jacopo: “Tutto bene, siamo arrivati. Ci rivediamo tra una settimana”. Stop, fine delle comunicazioni. Se ti chiameranno di nuovo vorrà dire che c’è qualche problema, quindi speri tanto di non leggere “Akela” (o “Bagheera” o anche “numero sconosciuto”) sul display del cellulare.

– I messaggi giornalieri (o quasi) su whatsapp, con racconti sulla giornata, corredati di foto dal campo di Lucia. Belli, coinvolgenti, commentati dalla comunità dei genitori con emozione, gioia, gratitudine verso questi pazzi che si sono portati via per una settimana i nostri nani di 6 anni. E poi arriva chi, invece di mandare baci generalizzati a tutti (grandi e piccoli) dice “saluta la mia stella”. Ecco, per qualcuno quei bambini sono diventati i figli di tutti, ma il suo di più. E rimpiangi il silenzio.

– Le chiacchierate con Diego che chiama dal mare coi nonni. Prima allegre e spensierate, da ieri singhiozzanti e angosciate con frasi ad effetto tipo “io voglio stare con te”. E la consapevolezza, confermata dalla nonna, che mi sta solo facendo pagare la distanza, perché le sue lacrime al telefono un po’ sono vere, un po’ sono pianificate ad hoc (visto che si prosciugano il minuto dopo avermi sentito).

Per quest’estate (o quello che rimane) faccio un fioretto: combattere la mia dipendenza da comunicazione, da contatto costante e continuo. Come dice Silvestri “capire dove sta la differenza fra il vizio e l’esigenza“.

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