il mio mestiere o il mio lavoro

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“Se facciamo questo mestiere, dobbiamo per forza scontrarci con il problema del linguaggio. E quando parlo di mestiere non intendo qualcosa di retribuito, ma il mestiere che noi sentiamo di dover fare dentro di noi, quello che siamo chiamati a dare nella società”. Un conto è il mestiere, un conto è il lavoro. E in alcuni casi, fortunatamente, le cose coincidono: si è retribuiti per quello che riteniamo essere il nostro compito. A volte no e allora cerchiamo spazi privati per rispondere a quella voce che ci chiama a mettere a frutto competenze, talenti, sensibilità.

In un momento in cui il lavoro diventa un dovere e non un diritto, in cui pur di tenersi una retribuzione mensile più o meno regolare siamo costretti ad accettare compromessi e svalutazioni professionali, qualunque sia il nostro compito (e ci tengo a sottolineare che è del tutto sacrosanto accettare compromessi per garantirsi lo stipendio, meno sacrosanto proporli questi compromessi), penso che ci sia un’unica strada da percorrere: ricominciare a fare un mestiere e non un lavoro.

Ricominciare dal riscoprire la dignità della propria professione, dimenticare per un attimo le risorse scarse, la burocrazia, le abitudini e le prassi consolidate. Immaginare di dover spiegare a qualcuno (al nuovo stagista, ai ragazzi delle superiori che dovranno scegliere a quale facoltà iscriversi, alla mamma del compagno di classe che abbiamo appena conosciuto) qual è il nostro mestiere. Che non è compilare moduli, discutere con clienti/utenti o con i livelli gerarchici più alti, accontentare i capricci o le richieste di qualcuno (e a volte il confine tra capriccio e richiesta è piuttosto labile).

Il mestiere di un insegnante non è avere dei genitori soddisfatti, ma educare i ragazzi a realizzare loro stessi, in autonomia, equilibrio, responsabilità. E fornire loro gli strumenti culturali per farlo.

Il mestiere di un medico o di un infermiere non è fare le scelte che non lo porteranno alla denuncia, ma assumersi consapevolmente e con coscienza la responsabilità di scelte che potranno dimostrarsi in seguito sbagliate.

Il mestiere del pubblicitario non è camuffare una fregatura con belle parole o belle immagini, ma fornire strumenti efficaci a evidenziare i punti di forza di un prodotto, di una scelta.

Il mestiere di un amministratore pubblico non è aumentare il consenso, ma fare scelte lungimiranti e progettuali, eque e giuste per la cittadinanza.

Perché i primi a svalutarci professionalmente siamo noi, quando smettiamo di fare un mestiere e facciamo un lavoro: perché le condizioni sono avverse, perché non abbiamo i mezzi e le risorse necessarie, perché è faticoso rimanere sulla strada, più facile prendere scorciatoie che ci tolgono dagli impicci, ma ci privano della ricchezza del nostro mestiere.

E’ un tempo difficile il nostro e il rischio di imbruttirsi è elevato. Ma quando ricominciamo a fare un mestiere riscopriamo una parte di noi che ci mancava da tempo, la parte migliore: quella che prova soddisfazione nel mettere le proprie capacità al servizio di qualcosa di più grande. Più grande delle ore in ufficio, del badge da passare nella timbratrice, dello stipendio accreditato sul conto corrente a fine mese.

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