i diritti di una mamma

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Sulla porta della camera dei ragazzi c’è da anni un poster della Pimpa in cui sono elencati i diritti dei bambini. Da qualche mese penso che mi piacerebbe chiedere ai miei ragazzi quali sono i loro diritti, perché in fondo quell’elenco è fatto da un grande. Ecco, non l’ho ancora fatto, anche se continua a sembrarmi una buona idea; però riguardando quel poster mi viene in mente che bisognerebbe stilare i diritti delle mamme. E secondo me sarebbero questi:

uguaglianza: una mamma ha diritto a essere uguale a un papà, non assolutamente indispensabile e insostituibile, ad ogni ora del giorno e della notte (quante volte avete sentito la frase “voglio mamma” “il naso me lo soffia mamma” “le scarpe me le mette mamma” “a scuola mi accompagna mamma”? Io troppe)

protezione: dagli attacchi dei figli ai giardinetti, quando giocano che tu sei il mostro e loro ti devono sconfiggere. La simulazione diventa talmente verosimile che si avvicinano a te con bastoni e fare minaccioso. Ma si sa, i bambini hanno bisogno di giochi di immedesimazione per imparare ad affrontare le difficoltà della vita, mica vuoi che crescano insicuri e imbranati?

istruzione: che nel caso di una mamma si traduce nel diritto di leggere un libro senza mille interruzioni (perché i figli ti parlano anche se tu sei nascosta dietro la copertina di Guerra e pace, per dirti solitamente nulla di improcrastinabile, tipo quale mostro hanno appena sconfitto nel gioco che stanno facendo)

salute: ogni mamma ha diritto a rimanere in salute e non essere contagiata dai microbi mutanti dei propri figli, dopo che per notti li ha vegliati o li ha avuti smocciolanti nel letto, attaccati tipo cozze alla schiena. Ma ha anche diritto a essere malata, nel vero senso della parola, godendosi le tre L: letto, libro, libertà. E aggiungerei una S: solitudine

identità: una donna non può essere sempre e solo definita “la mamma di” e ammetto di avere anche io alcuni contatti salvati sul cellulare come “XY mamma di YX”; ma è davvero fastidioso, oltre che alienante nel caso una abbia più di un figlio (perché diventa più persone contemporaneamente). Abbiamo un nome (e anche un cognome che spesso non è quello dei nostri figli), riappropriamocene!

gioco e tempo libero: e qui si intende non quello usato per intrattenere i bambini in una giornata di pioggia o durante le vacanze estive; ma di tempo passato esattamente come si vuole, senza intenti educativi, senza perdere per forza a carte perché altrimenti i figli si arrabbiano, senza scegliere un’attività che sappiamo piacerà anche a loro.

disabilità: ogni mamma ha diritto a non essere abile a fare qualcosa, come cucire, cucinare i biscotti o le polpette, dipingere i fondali della recita scolastica, fare i braccialetti con gli elastici, preparare vestiti di carnevale da urlo. E questo senza sentirsi dire “ma la mamma di X lo sa fare…” da uno dei figli (frase che scatena i sensi di colpa e l’ansia da prestazione e spesso genera tentativi goffi e frustranti insuccessi).

minoranze: ognuna ha diritto a non essere minoranza, stando fuori dal gruppo delle alternative che cucinano solo cibo bio, non hanno la tv e tanto meno la wii, frequentano il corso di danza afro mamma e figlia, per insegnare alla piccola donna l’importanza del dialogo  col proprio io interiore e il contatto con la madre terra. Possiamo vedere film stupidi, mangiare hamburger e bere bevande gasate, andare a fare shopping con nostra figlia il sabato mattina. In fondo anche le maggioranze hanno qualcosa da insegnare.

partecipazione: è il diritto di partecipare nelle dosi che si ritengono non tossiche per il proprio equilibrio psicofisico alle feste di compleanno, alle cene di classe, ai laboratori di creatività a scuola, ai tornei di basket, alle gare di ginnastica artistica e alle lezioni di nuoto. Perché se “libertà è partecipazione” è anche vero il contrario.

nutrizione: abbiamo diritto di fare pranzo con le patatine e i marron glacé (entrambi), sfondarci di cioccolato fondente alle nocciole o di caramelle gommose al pompelmo, senza preoccuparci di dare il cattivo esempio. Non stiamo dando l’esempio in quel momento, stiamo nutrendo la nostra anima.

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