dammi un’etichetta che l’appiccico bene

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Jacopo è secchione, Lucia è svampita, Diego è pagliaccio: è una tentazione continua, che colpisce tutti, piccoli e grandi, uomini e donne, figli e (ahimè) genitori.

Dare etichette alle cose del mondo, alle persone, ai comportamenti, ai sentimenti ci fa sentire in un territorio sicuro. Ed è comprensibile, oltre a essere un’esperienza che ciascuno di noi ha provato: quando scopriamo che il malessere che sentiamo con l’anima o con il corpo ha un nome, quando riusciamo a incasellare una persona in una categoria definita tiriamo un sospiro di sollievo perché siamo nel campo del conosciuto, del prevedibile e possiamo mettere in atto degli schemi già sperimentati da noi stessi o da altri. Sono schemi che ci faranno risparmiare tempo ed energie e che ci metteranno al riparo dalle delusioni più grandi, dal senso di frustrazione che proviamo quando non sappiamo da che parte incominciare. E alla fine, se arriverà l’insuccesso, se non saremo riusciti nel nostro intento potremo sempre rifugiarci in quella definizione data in principio: non poteva andare diversamente, era già “scritto” in quel destino, in quella strada che l’etichetta ha reso evidente ai nostri occhi.

Ma le etichette imbrigliano la nostra volontà, ci impediscono di trovare strade alternative, percorsi possibili dove sembrava non ci fosse neanche una leggera traccia sul terreno. Ci tolgono la responsabilità della scelta, dell’azione, della creatività. Ci rendono esecutori di qualcosa che non è già certo, ma diventerà reale perché lo credevamo un destino ineludibile.

Le etichette ci soffocano, ci impediscono di diventare tutto quello che siamo, di leggere la realtà nella sua complessità. Ci appiattiscono in una sola dimensione che non potrà mai essere ricca e complicata come una persona in carne e ossa. Ci preservano dall’incertezza, ma ci chiudono delle strade. Definiscono, ma rischiano anche di tarpare le ali a chi le ha addosso.

E lasciano sempre un po’ di colla, anche quando riusciamo finalmente a staccarle. Un residuo, che sa di fatica e di senso di inadeguatezza.

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