Gallea Democratico

Standard

Ci sono eventi che sembrano casuali, coincidenze non previste e invece nascondono il senso vero delle cose.

Ieri era il 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana, giorno dello sciopero generale di cgil e uil. E a Torino, nell’ex carcere delle nuove, quello da cui durante la seconda guerra mondiale sono partiti tanti uomini e donne per i campi di concentramento nazisti, è andato in scena uno spettacolo teatrale, “Officine 0“, su un operaio comunista che negli anni della guerra, in fabbrica, ha fatto la resistenza, ha sabotato i macchinari per interrompere la produzione, ha diffuso idee di uguaglianza e di libertà, ha scioperato e difeso il diritto allo sciopero, ha costruito la nostra società. Era uno come ce ne sono stati tanti, sicuramente non il migliore  e sicuramente non ha mai pensato di esserlo. Era mio nonno.

Ieri sera, oltre a tanta emozione, tanto freddo, qualche lacrima e qualche sorriso, ho sentito risuonare parole e valori che sento dentro di me. Che ho ricevuto in eredità, come parte del mio patrimonio genetico trasmesso per via diretta, ma non solo. Perché ci sono stati tanti uomini e donne come quell’operaio comunista che hanno creduto che dovesse esserci un mondo senza sopraffazione, che il lavoro è una cosa bella, che da dignità e senso a una persona. Non è solo un dovere, solo qualcosa che deve trasformarsi nel profitto di uno solo. Che il nostro tempo deve essere speso per gli altri, la nostra intelligenza deve essere messa al servizio di qualcosa di più grande, di un bene comune che andrà oltre noi.

Si può passare il tempo a giocare al computer, si può fare sport, si può entrare in una sala scommesse e giocarsi lo stipendio nelle partite di calcio. Oppure si possono scoprire le storie che stanno nascoste dietro gli uomini e le donne. La casa di Gionni che ieri ci ha raccontato chi era questo operaio comunista ha fatto quello che avrebbe fatto lui: ha usato il suo tempo per gli altri, per promuovere idee di libertà, uguaglianza, democrazia. Ognuno lo fa col suo linguaggio, come quando nel ’44 c’era chi andava in montagna e chi restava in fabbrica a motivare con le parole gli altri operai a fare sciopero.

Un giorno, di tanti anni dopo, quell’operaio comunista doveva firmare un modulo per le pratiche dell’invalidità, dopo un incidente che lo aveva portato via, almeno in parte, da noi. Ha iniziato a scrivere il suo cognome, Gallea, ma poi anziché scrivere il suo nome, Domenico, ha continuato così “Democratico”. Aveva ragione, lui era “Gallea Democratico” e quello che sembrava un errore quel giorno, oggi diventa una rivelazione. Sembrerebbe una coincidenza, ma non lo è.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...