due maestre

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C’erano una volta due maestre. Erano due maestre speciali, che non avevano più una classe, dei banchi con dei bambini davanti, seduti un po’ distratti, un po’ addormentati. Non avevano più le mani screpolate per il gesso con cui scrivevano sulla lavagna e la voce un po’ rauca, con quel tono diverso che ognuno ha quando parla forte.

Erano in pensione, ma continuavano a essere due maestre, perché lo erano proprio “dentro”; erano capaci di ascoltare e di insegnare, sapevano accudire e dare autonomia allo stesso tempo, sapevano trovare parole per i sentimenti e le sensazioni che ci sono dentro ciascuno di noi, soprattutto dentro a chi le parole e i testi per esprimersi li sta imparando, un po’ per volta.

Erano signore mature e bambine allo stesso tempo, capaci di farsi coinvolgere nel gioco e di mettere una nota, con la stessa serietà, la stessa passione, lo stesso trasporto completo, totale.

Erano come una scatola di matite colorate.

Il bianco, dello spazio libero, da inventare, ancora con tutte le strade aperte, tutte le possibilità di provare e riprovare, con la capacità di sognare un’altra volta.

Il marrone della terra del cortile e dei giardini, quella che sporca le ginocchia e i vestiti, ma lava la mente, i pensieri, il cuore, per renderli più limpidi, sinceri, genuini.

Il verde. Quello chiaro delle gemme all’inizio della primavera con la loro capacità di sorprenderci ogni anno per il miracolo di una nuova chioma per gli alberi. Quello intenso delle foglie ormai formate, che sanno fare ombra a chi la cerca, ma lasciano intravedere il cielo, ispirando una nuova avventura.

Il giallo del limone, che brucia sulle ferite aperte, che fa venire la pelle d’oca col suo gusto acido, quasi fastidioso. Ma che sa guarire il mal di pancia, sa colpirci col suo sapore di verità, a volte scomoda, ma indispensabile.

Il rosso del sangue dal naso che esce ai bambini, della matita con cui correggere i compiti, della copertina del quaderno di matematica, quello a quadretti. Il rosso che ti da coraggio, forza, sicurezza: coraggio di ricominciare a giocare dopo che il sangue si è fermato, forza per riprovare l’esercizio dopo aver capito l’errore grazie alla correzione, sicurezza di distinguere il quaderno di matematica da quello di italiano, di sapere scegliere quale strada prendere.

Il grigio dell’incertezza, della nebbia che c’è passato il Sangone e che a volte d’inverno non si alza per tutto il giorno. Ma con una mano tesa in quella nebbia, quella della maestra che come la riga bianca sulla strada ti dà la direzione. E ti dice che c’è qualcosa oltre la nebbia, oltre quell’incertezza.

Il nero dei giorni storti, delle bocciature, delle fermate impreviste e non volute. Delle prove difficili da superare, delle delusioni e dei compromessi che dobbiamo fare: con noi stessi, con gli altri, con la vita.

L’azzurro del cielo nella foto di classe il giorno della gita. Che ferma un momento, sintetizza in un’immagine tutto un anno di esperienze, parole, gesti, fogli incollati, recite. Un anno di amore e di vita, data e ricevuta.

Sono due amiche, che insieme hanno studiato, hanno fatto le gite scolastiche, le manifestazioni, le vacanze. Sono state ragazze, figlie, donne, mogli e mamme. Hanno avuto fazzoletti per pulire nasi sporchi e pochi per asciugarsi le lacrime, cerotti per coprire graffi sulle ginocchia, racconti per riscaldare il cuore degli altri.

C’è una maestra che è rimasta sola, senza la sua amica, senza sua sorella. Che avrebbe ancora bisogno dei suoi occhi per guardare la vita, per vedere che dopo la nebbia arriva il sole, anche quando abiti sul Sangone.

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