generatori di solidarietà

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Ci sono luoghi o situazioni della vita che generano una istintiva, naturale, irrefrenabile solidarietà tra persone sconosciute, che non si sono mai incontrate prima e che si perderanno nelle rispettive vite un secondo, un giorno o un anno dopo.

Un parcheggio pieno di fronte a una scuola quando la campanella sta per suonare e i bambini stanno per uscire dal portone. Due posti magicamente liberi di fronte al cancello, uno a fianco dell’altro, presi al volo da due genitori increduli, che hanno già fatto il giro varie volte e immaginavano di dover recuperare i rispettivi figli dietro il vetro dell’androne, come pesci nell’acquario.

Il corridoio di un ospedale, in cui due parenti di due pazienti diversi fanno la posta al medico di turno per avere aggiornamenti o all’infermiere per cambiare la flebo finita. Quella sensazione di partecipare alla vita degli altri che ti da la capacità sincera di gioire per una dimissione, per un miglioramento, per un pasto finalmente semisolido e non più fatto solo di pappette. Anche se la persona per cui tu sei lì non parla ed esprime tutto solo con due occhi azzurri profondi e acuti.

I saloni della scuola materna, in cui mamme col groppo in gola si fanno staccare a forza bambini piangenti che non vogliono lasciarle e che il secondo dopo dimenticheranno la scena, mentre quelle donne rimarranno col magone per la mattinata intera, pensando a quanto sia difficile trovare un equilibrio tra rassicurare e non cedere ai ricatti emotivi dei più piccoli.

Il cortile della scuola materna in cui un’altra mamma si ferma a guardare i tuoi tre figli che si chiudono in un abbraccio per sentire la poesia che il piccolo ha imparato e che tu non puoi sentire perché sarà una sorpresa. Il suo sguardo fermo su di loro e la sua voce che ti dice “che bel momento”.

È vero, nonostante tutto, questo è un bel momento.

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