ruoli, diritti e doveri (e rabbia che cresce)

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Ci sono cose che mi fanno ribollire, innervosire e fanno crescere il mostro della rabbia dentro di me. Una di queste è l’arroganza, soprattutto quando associata ad un potere, grande o piccolo che sia.

Tempo fa ho scritto una mail di protesta ad una persona e a un partito per denunciare un utilizzo scorretto dei miei dati personali, forniti volontariamente al partito ma utilizzati successivamente da questa persona (che fa parte del partito) per scopi commerciali, senza il mio consenso. E non ho ricevuto risposte di alcun genere, né dal diretto interessato né dal partito. La questione è banale, nulla di importante, ma quello che mi urta è questa sciatteria nei rapporti, questa arroganza che fa si che si pensi non sia necessario dare spiegazioni o ascolto a chi pone una domanda, una critica, un suggerimento.

Credo che nasca da un senso distorto di sé, da un rapporto scorretto con ci che è al di fuori di noi, della nostra pelle, dei nostri occhi, delle nostre orecchie. Nasce dal pensiero che quello che facciamo, il ruolo che rivestiamo generi diritti (e a volte privilegi) e non doveri. Il diritto di prendere delle decisioni, di direi dei si e dei no, di affermare con forza e senza contraddittorio il proprio parere su questioni varie. Il diritto di esercitare il potere di un ruolo, sia quello dell’impiegato dietro lo sportello, del politico o amministratore di turno, dell’insegnante o della preside della scuola, del genitore, che rende impermeabile rispetto al mondo esterno. Dimenticandosi che ogni ruolo è tale perché c’è una contro parte che lo giustifica: il cliente che sta dall’altra parte dello sportello, l’elettore o cittadino che felicemente o meno si trova a vivere nel territorio governato da una parte politica, lo studente che occupa il terzo banco a destra, il figlio che abbiamo messo al mondo e che cerchiamo di educare.

Quando si assume un ruolo, quando si entra in un “vestito” bisognerebbe sentire fortemente il senso del dovere, più che chiedere il decalogo dei diritti: il dovere di spiegare le proprie scelte, di rendere il proprio lavoro comprensibile a chi abbiamo davanti, convinti che l’ignoranza voglia dire non sapere qualcosa e quindi è una condizione condivisa da tutto il genere umano, la necessità di condividere il percorso che ha portato a delle decisioni, l’obbligo di rispondere a chi ci ha posto una questione, a chi ha fatto una domanda o una critica.

Le mancate risposte o quelle di chi si toglie dai problemi richiamando le responsabilità di altri o le condizioni contingenti (il partito che ignora la tua protesta, la preside che ti dice che le tariffe della mensa non sono scelte da lei o l’assessore che si appella alla crisi delle risorse per dirti di non lamentarti se per un mese a scuola materna non arriverà una supplente dell’insegnante di tua figlia) sono la dimostrazione di un scarso valore umano, di una povertà personale che nessun titolo potrà colmare. Di un’inadeguatezza grave e colpevole rispetto al ruolo che si ricopre.

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