metti il rossetto ed esci

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Tutte le mattine passava a casa nostra, dopo che noi eravamo andati via, a scuola e a lavoro. E rifaceva i letti, passava la scopa per togliere la polvere delle giornate che scorrevano e le briciole della colazione. Non faceva grandi lavori, ma rendeva la casa pronta ad accoglierci di nuovo: ordinata e calda, curata e pronta per una nuova incursione.

Qualche mattina facevo colazione con lei, al tavolo del suo soggiorno, sulla stessa tovaglia marrone coi fiori ricamati che ancora copre il tavolo. Sedute in punta alla sedia, entrambe con la zuppetta di pane, latte e caffè, io nel bicchiere e lei nel pentolino. Io con le trecce e lei coi suoi orecchini, la gonna a pieghe, le calze tinta uovo. Io che piangevo dicendole che non volevo che lei morisse mai e lei che mi rassicurava che non sarebbe successo per tanto tempo (ma non mi diceva la bugia che non sarebbe mai morta). Poi uscivamo insieme, mi accompagnava a scuola e alle 16,30 tornava a prendermi, pronta per andare ai giardini. Una volta, quando in quinta elementare avevo strappato la concessione di tornare a casa da sola, lei mi aveva seguito a distanza, per assicurarsi che non mi capitasse niente. L’avevo beccata e mi ero infuriata.

Questa mattina sono passata da lei, per salutarla e perché lo sciacquone del gabinetto non funzionava più. Abbiamo chiacchierato, sedute in punta alla sedia, appoggiate alla tovaglia marrone con i fiori ricamati e qualche filo che inizia a rompersi. Lei con il suo pentolino con la zuppetta di pane, latte e caffè. Coi becchi d’oca e gli orecchini, la gonna a pieghe, il foulard tenuto chiuso da una spilla da balia, il grembiule in vita.

Mi ha detto la sua stanchezza, la sua fatica ad accettare di non riuscire più a fare le cose, di aver bisogno di una persona che l’aiuti a casa. Le parti erano invertite, ma c’era la stessa intimità, la stessa magia di 30 anni fa. Perché ho imparato da lei l’ordine e la cura, il rigore e la dolcezza, quella che si concede ai nipoti e poco ai figli, ai nonni e non ai genitori. Ho imparato che “quando sei un po’ triste, mettiti il rossetto ed esci” e così faccio ogni tanto. E così continua a fare lei, che si mette un po’ di rossetto prima di andare al parco.

Ogni volta che mia nonna mi dice che vorrebbe andarsene, le dico che tanto non si può scegliere, quindi è meglio che si faccia andar bene quello che arriva. Ma possiamo scegliere come stare qui: con pazienza, senza rabbia, con i ricordi che ci tengono compagnia e senza rimpianti. Come sta lei.

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