di cabine del telefono e altri reperti storici

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– Mamma, ma tu ti ricordi quando si usavano le cabine del telefono? –

Mio figlio Jacopo guarda questi reperti archeologici urbani come se fossero scheletri di dinosauri esposti in un museo a cielo aperto e si stupisce che una volta per telefonare a qualcuno mentre eravamo fuori casa, entrassimo in queste scatole magiche e infilassimo una schedina in una fessura (non ho osato raccontargli dei tempi delle monete e prima ancora dei gettoni, perché rischiavo davvero di passare per la nonna degli antenati con l’osso di brontosauro tra i capelli).

Ci sono oggetti che nell’arco di pochi anni, neanche una vita intera, sono completamenti caduti in disuso, scomparsi dalla memoria delle nuove generazioni, diventati del tutto improbabili e inimmaginabili.

Le cabine del telefono, con le loro schede con cui chi sapeva suonare la chitarra costruiva plettri di recupero una volta consumate. Io le usavo a scuola a 16 anni, per telefonare nell’intervallo al fidanzato che aveva tagliato, o in vacanza, quando facevo la coda in campeggio per chiamare ad un’ora stabilita, quella in cui prometteva che l’avrei trovato a casa.

I telefoni a disco, quelli dove infilavi il dito nel numero giusto e giravi, sentendo il rumore del ritorno del disco al suo posto, di quel colore indefinito marroncinobeigeverdemilitaregrigio. A casa dei miei genitori per un po’ abbiamo avuto il duplex e quando tiravi su il telefono a volte trovavi occupato, perché l’altra famiglia con cui condividevi la linea stava usando il telefono. Adesso capita di avere due telefoni che squillano contemporaneamente per la stessa persona e nel frattempo sentire il suono di un sms, una mail e un messaggio di whatsapp. Tutto insieme.

Le macchine fotografiche col rullino che ti costringevano a scegliere bene inquadratura, soggetto, momento dello scatto. Perché le possibilità erano definite e limitate, perché non potevi controllare la foto e se non era venuta bene rifarla, perché poi sviluppare le fotografie aveva un costo. Però ti lasciavano almeno due cose: il portarullino in cui avresti custodito pietre e conchiglie raccolte al mare, monete e altri tesori piccoli e per questo di inestimabile valore; seconda cosa, ma più importante, l’emozione di quando tornata dalla vacanza andavi a riprendere le stampe dal fotografo e ti passavi tra le mani quella carta lucida e un po’ piegata, che aveva i colori e il calore dell’estate appena trascorsa.

Le lettere spedite per posta, con l’indirizzo e il francobollo. Quelle che ti mandava la tua amica mentre era in erasmus in Spagna o l’amico a militare in Sicilia (marinaio su una nave mai salpata dal porto di Augusta). Erano scritte a mano, con le cancellature fatte a penna, quando cambiavi idea, con le tracce dei refusi e delle incertezze. Arrivavano quando ormai gli eventi erano passati da un pezzo e potevi riflettere sul loro significato, su quello che provavi più che su ciò che succedeva. Adesso addirittura le mail sono antiche, sostituite da più sintetici, criptici, insulsi messaggi o post. Come se un viaggio, un sentimento, una condivisione potessero stare in pochi caratteri, sintetizzati da una faccina standardizzata, che vorrebbe dire tanto, ma non dice niente.

Una canzone di Fabi Silvestri Gazzé si intitola “Il Dio delle piccole cose”: ecco, io credo che esista anche un dio delle cose dimenticate, di quelle che non si usano più, ma ci tengono legati al nostro passato, come punti fermi su una cartina, bussole che ci hanno guidati nello scegliere la strada da percorrere.

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