cosa mi hanno rubato

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C’erano tempi in cui la prospettiva era di miglioramento. Non erano tempi facili, in cui bastava aprire bocca e avevi a disposizione tutto ciò che ti serviva. Erano tempi di fatica, sudore, impegno.
C’erano tempi in cui la dimensione del proprio agire andava oltre l’estensione delle proprie braccia: sia nel tempo perché quello che facevi oggi costruiva ciò che saresti stato domani, che nello spazio, perché l’interesse e l’influenza di ciò che si sceglieva di fare varcava la soglia di casa e costruiva una comunità più ampia.
C’erano tempi in cui l’immaginazione era al potere. E costruiva scenari possibili, progetti di un’umanità diversa, di una società giusta, di un lavoro che dava dignità e un ruolo nella società.
C’erano tempi in cui esistevano meno norme e più buon senso. In cui ci si fidava degli altri e si sorrideva agli sconosciuti.
Io sono stata bambina in questi tempi. E ricordo le gite nei prati con le classi in cui insegnava mia mamma, gite il cui scopo era stare insieme, condividere, fare “famiglia felice “.
Ricordo i sabati mattina con i compagni di classe di mia sorella e i genitori che a turno proponevano attività educative, dalla mostra al percorso ginnico usando gli attrezzi nuovi di zecca installati nel giardino del quartiere.
Ricordo i giochi della gioventù in cui tutti partecipavano e il maestro Petito che inventava nuove discipline perché ciascuno potesse trovare la sua specialità.
Ricordo mio nonno e i suoi amici che discutevano di politica e si arrabbiavano, ma erano convinti che questo mondo lo avrebbero cambiato.
Ricordo i consigli d’istituto del liceo e le manifestazioni, la telefonata alle 7,30 del mattino dell’amico di quinta quando è scoppiata la guerra nel golfo “io vado subito a scuola, ci vediamo li”.
Quei tempi non ci sono più e a parte la nostalgia quello che mi manca è la tensione verso il futuro, la progettualità, la capacità di sognare. Questo mi hanno rubato: la speranza, la capacità di guardare oltre con ottimismo. Oltre la fatica di oggi, oltre le brutture e le ingiustizie del momento. Oltre la situazione contingente. E ciò che faccio più fatica a fare in questa situazione è educare i miei figli. Perché per educare bisogna sognare, progettare, sperare.

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