quando l’acqua tocca il culo

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Nei momenti di crisi tendo all’autarchia.

Come una tartaruga che può ritirarsi dentro un guscio capace di proteggerla e isolarla dal mondo esterno, così io mi ritiro dentro me stessa nella convinzione che troverò il modo per affrontare il mondo ostile e le condizioni ambientali avverse con le mie risorse personali.

E allora impasto il pane e riempio la dispensa di sugo di pomodoro home made, cucino ed evito i surgelati, controllo cosa ho nel frigo prima di comprare, guardo il cassetto delle magliette di Jacopo prima di andare in automatico a comprargli una maglietta rossa per lo spettacolo scout (e scopro che in effetti una maglietta rossa ce l’ha anche se è un po’ corta).

Rientro nel guscio e faccio da sola, senza chiedere aiuti ad altri per gestire la quotidianità, per chiedere consigli, per passare il tempo. Prendo la bici per i miei spostamenti e non la macchina, taglio i capelli ai miei figli e lascio i miei indomiti e inguardabili.

Perché quando ci sono i momenti di crisi, ho bisogno di fare la gobba e guardarmi la pancia, concentrarmi sugli sforzi che faccio e vedere piccoli risultati che mi danno soddisfazione. Perché mi dimostrano (o mi convincono) che di risorse ed energie ce ne sono sempre dentro, che sono più forte io. Più forte del malumore, più forte delle sfortune, più forte della fatica.

Perché mia nonna mi ha insegnato che quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare. E allora nuoto, con la testa in acqua.

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