welcome plavi galeb

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Non avevamo ancora 20 anni e abbiamo preso un treno. Abbiamo passato la frontiera con la Slovenia e siamo arrivati a Postojna, nel cortile di una scuola in cui avremmo allestito il nostro campo. Abbiamo montato le canadesi e poi i due tendoni per la cucina e per il refettorio. Abbiamo costruito con del legname di recupero le mensole per la cucina . E poi su un’asse abbiamo disegnato l’insegna del campo “Welcome Plavi Galeb” che in bosniaco voleva dire “Benvenuti, Gabbiano Azzurro”. Era il nome delle attività che gli scout Agesci hanno iniziato a svolgere nei campi profughi in Slovenia dal 1992.

Il campo profughi era un mondo a parte. Per arrivare percorrevamo una strada con case ordinate, gerani rossi ai balconi, imposte di legno lucide. Passato il cancello si entrava in un’altra dimensione, in cui il tempo era stagnante, in cui gli spazi non avevano una funzione: c’era il cortile, con bambini che giocavano, donne che lavoravano a maglia. Quasi nessun uomo, perché ce n’erano pochi e quei pochi stavano chiusi nelle loro stanze, le soba. 

In una settimana abbiamo conosciuto i bambini che erano lì, le loro mamme o nonne che li spingevano per venire a giocare con noi e che ci invitavano, in un italiano stentato o a gesti, nelle loro soba per prendere il caffè.

Io sono stata invitata nella soba di Hilda. Era una bimba di 5 anni, bionda con i capelli corti e l’espressione imbronciata.

Ho lasciato le scarpe fuori dalla porta come facevano tutti e sono entrata in una stanza in penombra, in contrasto rispetto alla luce accecante del cortile. Ho bevuto il caffè, poi l’aranciata, ho sorriso e cercato di parlare con loro. E poi la mamma di Hilda mi ha fatto capire quello che avrebbe voluto “tu porti Hilda in Italia con te”. E io l’ho immaginata nel mio zaino, al posto delle magliette e dei pantaloncini, rannicchiata lì e caricata sul treno. Nascosta.

Ovviamente Hilda non è venuta in Italia con me e non l’ho più rivista. Ma per quella mamma ciascuno di noi era un’opportunità per dare una vita diversa ai propri figli. Una vita migliore, da cittadino e non da profugo, in una casa e non in una stanza di un’ex caserma, ospiti di uno stato che fa finta che quel campo non esista, che quelle persone non esistano.

In uno zaino o in una valigia, aggrappato sotto un camion o nella stiva di una nave. Sono tante le strade verso la libertà e tante ancora ne inventeranno le madri per offrire una possibilità ai loro figli. Lontano da loro spesso, ma liberi.

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