i bambini (non) vanno protetti

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I bambini vanno protetti. Si, ma da cosa?

Non vanno protetti dai colpi d’aria perché se si ammalano per aver corso in cortile e aver sudato il loro sistema immunitario, che nella maggior parte dei casi fortunatamente è ben funzionante sin dalla nascita, reagirà e combatterà quelle che sono minacce per l’organismo. Perché quando sono malati imparano ad ascoltare i segnali del loro corpo, ad accettare che non sono dei super eroi.

Non vanno protetti dai graffi sulle ginocchia o dai lividi sui gomiti. Perché nelle cadute sperimentano che il mondo ha degli ostacoli, che devono diventare competenti per superarli, che le azioni hanno conseguenze, talvolta dolorose e che lasciano dei segni. Che non si muore per un graffio, ma senza si stava meglio. Che i lividi fanno male, ma stare seduti sul divano per evitare di cadere è molto noioso.

Non vanno protetti dalle liti, dalle delusioni, dalla fatica. Perché in queste occasioni impareranno che la vita richiede capacità di negoziazione: con gli altri, coi nostri sogni, con la nostra capacità di resistenza. E che dalle liti nascono amicizie, dalle delusioni sogni più giusti per ciascuno di noi, dalla fatica grandi risultati.

Vanno protetti da noi adulti.

Dalla nostra immaturità che ci fa fare un passo avanti e due indietro nell’educazione: togliamo il ciuccio, ma poi lo portiamo in borsa così glielo potremo dare se faranno i capricci; regaliamo lo smart phone a Natale, ma poi andiamo di nascosto a leggere le chat di whats app. Diamo autonomia, ma poi la togliamo al primo ostacolo perché costruire l’autonomia di un bambino è un percorso lungo, a volte faticoso, fatto di errori e cadute. Che richiede tempo e impegno.

Vanno protetti dalle nostre aspettative, nel bene e nel male, che ci portano a fargli fare una strada che tracciamo noi, costruita su ciò che crediamo sarà giusto per loro e non sui loro reali desideri, aspirazioni, bisogni. Allora li sfiniremo di allenamenti intensivi di sci o di esercitazioni al pianoforte perché li vorremmo novelli Tomba o concertisti della Scala. Oppure gli impediremo di giocare a basket, convinti che non sono portati e che quindi provare non vale la pena.

Vanno protetti dalla nostra ansia di offrire loro possibilità. E quindi come palline del flipper impazzite correremo da un lato all’altro della città per non fargli perdere nessun corso o torneo o workshop. E nella corsa ci dimenticheremo di chiedere a loro cosa vorrebbero fare o semplicemente come si sentono.

Vanno protetti dal nostro bisogno di accudirli, di prenderci cura di loro, di garantire la nostra presenza in ogni momento. Perché la loro dipendenza, i loro capricci quando ce ne andiamo, il loro “non sentirsi pronti per star lontani da noi” diventano la misura del nostro valore, del nostro impegno profuso per loro, della nostra identità. Non sappiamo lasciarli andare perché senza di loro non sappiamo chi siamo, perché il loro attaccamento ci dimostra che siamo importanti per qualcuno e sfruttiamo la dipendenza per darci una forma e non indagare sul nostro contenuto.

I bambini non vanno protetti, vanno rispettati. Perché sono persone, non i nostri pupazzi. Perché siamo solo i loro genitori (o insegnanti o educatori o allenatori), non siamo loro stessi.

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8 pensieri su “i bambini (non) vanno protetti

  1. E così l’estensore dell’articolo ha offerto un alibi a tutti quei genitori (e sono tanti!), che prima mettono al mondo un figlio e poi se ne fregano, lasciandoli per ore all’asilo, con una baby sitter o davanti alla Tv, anche quando non sarebbe necessario, perché la giornata di lavoro è finita. Oppure quando vanno in vacanza, li lasciano scorazzare qua e là per la spiaggia, senza controllarli più di tanto, salvo poi disperarsi se si perdono o finiscono in acqua o si beccano un colpo di calore. Per non parlare di quando li trascinano in passeggino a mangiare pizze e a a compiere passeggiate interminabili, invece di lasciarli giocare con gli altri bambini, sotto il loro sguardo amorevole, poi preparar loro la cena, stare con loro finché non si addormentano…Si obietterà che si vive una volta sola, ma allora non fate figli per moda, che nessuno ve lo ha ordinato!

    • Dare autonomia non significa fregarmene, ma dare lo spazio (controllato) ai figli per sperimentare i propri talenti e i propri limiti, per cadere sicuri che ci sarà un genitore ad aiutarti a rialzarsi. È vero, si vive una volta sola e di infanzia ce n’è una sola: non la si può far sprecare ai propri figli riempiendolo di paure, facendoli vivere sotto una campana di vetro, soffocandoli con le nostre ansie. Grazie per il commento, il confronto fa sempre bene a tutti 😊

    • Anna Rita Longo

      “Dare autonomia” per me significa farla correre per sfogare tutta quell’energia che ha senza correrle dietro con le braccia aperte pronta ad afferrarla. Se cade e si sbuccia un ginocchio non succede nulla; oppure farla salire dalle scale dello scivolo sola senza metterla direttamente seduta e farla scivolare da lì. Comunque sono sempre li a guardarla non la lascio mica da sola anche perché ancora ha 20 mesi. Questo significa farli crescere autonomi ma soprattutto senza paure.

  2. ho trovato questo articolo più volte riportato in internet, senza citazione dell’autore, al massimo con scritto (cit). Mi piacerebbe poterlo utilizzare in un intervento che devo fare a scuola, ma preferirei avere riferimenti certi, io solitamente non faccio citazioni senza sapere a chi do voce. grazie

    • Ciao, se userai questo articolo mi farà molto piacere. Sono una mamma di 3 ragazzi dagli 11 ai 5 anni, ho fatto l’educatrice scout come volontaria per parecchi anni. La mia voce è del tutto personale e vale quel che vale, senza alte fini se non di condividere i miei pensieri 😊

  3. Anna

    Da educatrice di nido, concordo. Ognuno è genitore a modo proprio e non si giudica, l’attaccamento eccessivo non è una colpa, ma spesso un risultato della situazione generale di famiglia (figlio unico, mamma a casa, amorevolezza a 360 gradi 30 ore su 24..). Ogni tanto credo che farebbe bene ai genitori, trovarsi un giorno a dover fare gli educatori in una struttura per l’infanzia, a meno che non abbiano già dai 3 figli in su, per apprendere a “suddividere” equamente attenzioni, energie, e lasciare andare quella smania di controllo in cui sfocia talvolta l’amore per i figli. Io credo fermamente (e con 6 bimbi tra 1 e 3 anni è impossibile non crederci) nella conquista dell’autonomia anche a prezzo di qualche maglietta in più sporca o bagnata, di qualche culatina per terra mentre si corre, di qualche dispiacere perchè qualcun altro ti toglie un giocattolo di mano. In questo non c’è menefreghismo, l’importante è vigilare e dare le dritte educative, puntare sempre sul dialogo e sull’autorevolezza quando è necessaria, insistere continuamente, e lasciare ai momenti “a due” il massimo della tenerezza che è concessa.

  4. Diana

    Sono assolutamente d’accordo con il pensiero espresso nell’articolo ma ancor di piu’ con quello di
    Mariaricca, oggi I figli si fanno per moda li si stravizia e coccola fino ai 10 anni e poi quando la strada inizia ad essere in salita vengono lasciati a loro stessi a vagabondare in giro senza ne arte ne parte.

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