opera prima

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Ci sono personaggi che si muovono sulle strade e aspettano di essere conosciuti e indagati. Ci sono luoghi che risuonano e producono dei rumori diversi e cercano un orecchio che li sappia armonizzare, che ne sappia riconoscere la musica, il ritmo, il timbro. Ci sono oggetti che sembrano lasciati per caso, dimenticati o persi, che ammiccano ai passanti, per trovare chi li riporterà in superficie, chi li tirerà fuori dallo sfondo in cui sono inglobati per diventare di nuovo utili a qualcosa. A parlare di una vita, un percorso, degli errori e dei successi, degli eventi. Un’esperienza che una volta raccontata diventa condivisa e condivisibile. Perché potrebbe capitare anche a un altro, perché si ritrova in quella storia parte di se stessi, che siamo o non vorremmo essere. Ritroviamo la nostra nobiltà e le nostre bassezze, quelle che non riusciamo a raccontare, quelle che non osiamo far emergere. Ritroviamo le nostre paure inconfessate, che ci spaventano la notte.

Ogni tanto faccio questi incontri: nel ragazzo davanti al supermercato che chiede l’elemosina e mi dice sempre “saluta mamma” perché mi vede passare spesso con lei, nel vecchietto che studia i passi di un ballo che non conosce e li prova da solo, muovendosi come se stesse a qualche centimetro da terra. Nel parco cittadino che sembra un bosco, lontano da tutto e da tutti, nella strada che costeggia la fabbrica, nella piazza del mercato abbandonata dai banchi e con gli avanzi di verdura per terra. Nella scarpa impolverata sul marciapiede mentre accompagno i ragazzi a scuola, caduta da un sacchetto o persa da una Cenerentola più moderna e forse meno fortunata di quella della favola, nei vestiti aggrovigliati su una panchina, nel divano rotto lasciato nel cortile del mio palazzo. E quando incontro questi segnali vorrei avere il coraggio di immergermi in loro, di farmi trascinare in un’altra dimensione in cui conoscere qualcosa che posso solo intuire, sentire le voci, i rumori e gli odori di un mondo che mi si potrebbe aprire di fronte. Per poi uscirne di nuovo e tornare alla mia dimensione e raccontare ad altri la storia che quei personaggi, quei luoghi, quegli oggetti hanno dentro di loro.

Ci vuole coraggio per fare questo percorso e qualcuno a volte ce l’ha (come chi ha girato Mirafiori Lunapark, opera prima che ieri ho visto al cinema e che parla di personaggi che ho incontrato nella mia infanzia, di luoghi in cui passo spesso, di oggetti che ho visto girare per casa). Io non so se ce l’ho, perché la paura di deludere le mie aspettative mi immobilizza. Ma quella voce dentro, che mi dice che ci sono storie che aspettano di essere raccontate, non riesco a metterla a tacere.

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