le parole sono importanti

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Sono un’incredibile puntigliosa e rompi palle, questo è una sacrosanta verità. Per natura sono portata a fare le pulci alle cose, soprattutto a quelle che mi stanno a cuore. E la lingua italiana (e il suo utilizzo corretto) riveste un ruolo particolarmente importante nella mia galleria degli affetti. Perché trovo che la cura nell’espressione, la scelta di una parola o di un’altra possano trasmettere la reale essenza delle persone e il significato profondo che diamo alle cose. Non è solo puntiglio, è amore per la precisione, fedeltà del contenitore al contenuto, culto della forma per un amore viscerale e profondo della sostanza.

Chiedete a uno scout se fa volontariato e vi risponderà “no”. Perché nel gergo di questi bambini, ragazzi e adulti, in questo gruppo così variegato, diffuso e al tempo stesso con una forte identità unitaria, il termine “volontariato” non esiste ed è sostituito dal “fare servizio”. Sembra un dettaglio di poco conto, invece non lo è.

Nel concetto di “volontariato” ciò che è in primo piano è la volontarietà dell’atto di chi dedica il proprio tempo a qualcos’altro. C’è la spinta generosa, di certo, ma il fulcro resta il soggetto che agisce, guidato da questo nobile sentimento.

Quando uno scout dice che “fa servizio” vuol dire che ha messo al centro un’altra cosa: il bisogno di qualcuno o di una società, un bisogno che va ascoltato e soddisfatto. Lui, quel ragazzo che dedica il proprio tempo a raccogliere gli avanzi dai banchi del mercato per poi distribuirli alle famiglie che non hanno i soldi per fare la spesa, lei, quella giovane donna che passa il weekend con bambini di 8, 9, 10 anni e da loro autonomia, spazi di crescita, responsabilità, non stanno soddisfacendo il proprio istinto di sentirsi utili. Stanno rispondendo a una necessità che vedono nella realtà che li circonda. Realtà che hanno osservato, di cui hanno individuato i bisogni e le possibilità di crescita, di miglioramento.

È per questo, perché da quando ho 10 anni tra gli scout ci sto in maniera più o meno continuativa, con ruoli che cambiano, ma continuo a starci, che l’altra sera alla riunione della scuola materna, quando si cercava un rappresentante di classe, mi veniva da definire il ruolo un “servizio”. Tranquilli, mi sono morsa la lingua e non ho usato questo termine il cui significato richiama i bagni delle stazioni o dei ristoranti. Perché prima di capire la differenza tra una parola e un’altra bisogna pensare, riflettere, costruire un contesto di significati condivisi, magari partendo da esperienze comuni. E questo nella scuola materna, non è possibile. Non capiamo neanche che i bambini non si possono cambiare sugli armadietti o in piedi sul davanzale, o che l’orario di ingresso a scuola è una regola tassativa, figuriamoci se possiamo far le pulci sulle parole.

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