come valeriana nel centrifuga insalata

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Non mi sono ancora abituata a una nascita, non l’ho festeggiata a sufficienza che arriva una morte da affrontare. Non ho ancora conosciuto la nuova amica che incontro vecchie conoscenze, persone che mi hanno vista l’ultima volta con le trecce e le ginocchia sbucciate.

Ho lavorato per anni in centro e adesso che la mia vita si svolge tutta a una distanza facilmente percorribile a piedi, la mia amica partorisce e abita troppo lontano per poter casualmente passare a portarle la purea questa sera (o il risotto con la salsiccia, o i biscotti, o un libro che ho finito da poco) e un’ora e mezza ritagliate per stare con lei (lusso inatteso e anomalo) è troppo poco per avvicinarsi a sufficienza per capire la sua strana calma e leggere dietro i “tutto bene”.

Non ho ancora ripreso l’abitudine a lavorare in un ufficio e già devo inventarmi come incastrare lavori nuovi che arrivano e che devo capire se so fare, come inserirli nelle giornate nuovamente piene, come lasciare spazio insaturo nella testa per poterci pensare.

È appena iniziata la settimana e già c’è un figlio che sbadiglia sul divano guardando un film alle sei del pomeriggio. Visto che è lunedì e alla cena mancano 3 ore, credo sarà una lunga e stancante serata (e domani mattina sarà durissima alzarsi).

Mi sento come la valeriana (o la rucola, che è anche un po’ amara e indigesta) nel centrifuga insalata, con qualcuno che dall’esterno tira il cordino e mi frulla in un nuovo giro di giostra. Appena mi fermo un attimo e mi scuoto di dosso le ultime gocce, ecco che il cordino viene di nuovo tirato e il cestello riprende a girare. Uscirò senza nulla di superfluo, magari un po’ spettinata.

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