intrappolati

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Esiste un gioco, credo anche abbastanza di moda e diffuso in molte città italiane, in cui una squadra di amici viene rinchiusa in una stanza e per uscire deve risolvere degli enigmi. Jacopo mi ha anche chiesto di andarci insieme, ma a parte il fatto che non credo sia indicato per un dodicenne, io escludo di volerci andare.

Prima di tutto perché risolvere gli enigmi mi infastidisce e mi indispone. Quella che per altri è una sfida per me diventa una lotta impari (e piuttosto inutile dal mio punto di vista) con le leggi della logica che non mi appartengono e che in quel momento per me diventano assolutamente improbabili.

Secondo, e molto più forte motivo per cui mai mi farei intrappolare in una stanza senza poterne uscire, è che è un’esperienza che ho già fatto oltre 2000 volte. E che, ahimè, continuerò a fare per ancora almeno altrettante volte. Se si vuole provare la stessa confusione, lo stesso senso di straniamento, la stessa vertigine che da l’assenza di ordine logico in ciò che avviene intorno a noi, lo stesso senso di oppressione coi muri che sembrano chiudersi su di sé basta venire nella mia cucina, attorno al mio tavolo in una qualsiasi sera in settimana alle 20.
Basta assistere a una nostra cena in cui i figli parlano inserendosi uno nei discorsi dell’altro, chiedono acquaformaggioverduraunpezzodipaneilbispossiamoalzarci?, si danno calci sotto il tavolo, emettono suoni col copo non proprio adatti alla cena, si alzano per andare a fare la pipì (“ma non potevi farla prima?” “non mi scappava”). Ogni sera Flavio e io viviamo in una stanza in cui siamo prigionieri e da cui saremo liberi di uscire, non risolvendo enigmi improbabili, ma mantenendo una sorta di equilibrio e distacco ascetico. A volte, a turno, uno dei due riesce ad astrarsi dal contesto e ad alzarsi quei 100 cm da terra che gli permettono di vedere la situazione dall’alto e constatare come questa recita, degna del miglior Becket, si ripeta uguale ogni sera, come in una performance immutabile e ciclica del teatro dell’assurdo.

E non paghiamo neanche un biglietto, per fortuna.

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