sono contenta che tu sia a casa

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Ci sono alcune ricorrenze “sacre” in famiglia, alcune tradizioni che se non rispetti senti proprio dentro qualcosa che ti manca.

Pasqua al mare, nella casa di famiglia, è una di queste. Perché si sta insieme, ma anche per la prima pizza dell’anno in corso nel forno a legna, per il pranzo nel cortile, cercando di approfittare del sole, io e i miei figli in maglietta e pantaloncini e la cugina con il pile e la sciarpa di lana. Pasqua è al mare perché inizi a vedere i fiori sugli ulivi e già pregusti quando verrai a raccoglierne i frutti (al ponte dei Santi, altra ricorrenza sacra in cui la casa del mare diventa per me il paradiso), perché vai a correre sulla pista ciclabile e quando scendi in spiaggia sai già che tu e i bambini finirete coi piedi a bagno.

E invece oggi, anziché essere seduta sul dondolo a leggere un libro di fronte alla pianta di fichi, anziché sentire i rumori di chi fa manutenzione al giardino di casa, anziché sfidare il figlio di turno a ping pong o a basket o a calcio balilla sono a casa. E per non rendere questa giornata totalmente inutile (o per arrabbiarsi ancor di più col destino che manda gli acciacchi familiari sempre in corrispondenza delle vacanze) mi ritrovo a riordinare armadi, fare il cambio di stagione, selezionare vestiti da regalare. I figli presenti, mi seguono a corrente alternata, il maschio ha finto di riordinare mezz’ora; la femmina è stata presa dal sacro fuoco della classificazione e si dedica con l’abnegazione totale di cui è capace alla libreria.

In questo quadro già poco idilliaco, faccio l’errore più grande. Lo commetto spesso, non sempre, ma ultimamente ci casco con una certa frequenza. Probabilmente guidata dai sensi di colpa per la mia distrazione cronica, telefono alla nonna, ultra 90enne.

– Sei a casa? –
– Si, partiamo domenica pomeriggio per il mare, così stiamo coi miei suoceri domani a pranzo che non possono venire per visite mediche varie –
– Ah. Quindi tu domani sei a casa? –
– Si, tu vai a pranzo da zio, vero? –
– Si. Beh, meno male. Sono contenta che tu sia a casa –

Le avrei risposto – Io mica tanto – ma poi ho pensato che non era il caso. Non è una vecchietta abbandonata a se stessa, senza nessuno vicino: ha una persona che vive con lei per farla stare più tranquilla, ha due figli che cercano di darsi il cambio per non lasciarla sola (e infatti domani, mentre i miei genitori sono in campagna coi nipoti, mio zio la inviterà a pranzo). Nonostante questo, nella terza età i freni inibitori e le remore di ciò che è giusto dire e non dire ci abbandonano. E non posso dire che quella che parlava, la voce che sentivo non era quella della mia vera nonna. No, era proprio lei. Contenta che io non sia partita perché lei è qui. E chissà perché gli altri sentono questo bisogno impellente di andare via.

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