un rito laico

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Sarà che sono cresciuta con un nonno che mi insegnava le canzoni dei partigiani e mi raccontava la storia dei fratelli Cervi e nella mia mente di bambina di 6 o 7 anni si materializzava la mamma che ancora preparava la tavola per tutti, anche per quei figli che non erano tornati a casa.

Sarà che per me la parola unità è sempre stata preceduta dall’articolo determinativo e scritto con la U maiuscola e che i quotidiani si compravano alle 7 del mattino e si piegavano in modo che stessero nella tasca della giacca con la testata ben visibile a tutti.

Sarà che per me vanno bene i ponti di primavera e le gite al mare o in montagna, le grigliate con gli amici e i pranzi insieme, ma il primo maggio se non sono al mio solito posto in strada a veder passare il corteo e la banda che suona Bella ciao o l’Internazionale, se non applaudo quando sfila l’Anpi o non compro la coccarda rossa sento che mi manca proprio qualcosa e che non è stata davvero festa.

Sarà che due delle serate che ricordo con maggior affetto e malinconia sono quella passata a casa dei nonni, con Flavio, mia sorella e mio cognato, a vedere piazzare bandierine rosse o azzurre su una cartina dell’Italia, oppure quella in piazza con Flavio e un’amica trovata lì (ma non per caso) ad aspettare che il nostro sindaco, rieletto senza bisogno di ballottaggio, uscisse da palazzo civico per bere un bicchiere di vino, mangiare i torcetti e stringere la mano uno a uno e poi dirci, da vero torinese, “‘nduma a deurme”.

Sarà per tutte queste cose e molte altre ancora, ma per me la domenica delle elezioni è comunque un giorno di festa. Esco di casa e vado a testa alta verso il mio seggio e mi rendo conto che involontariamente sorrido a chiunque incontri per strada: al vicino di casa che mi sta davanti mentre faccio la coda per votare, allo scrutatore, al vigile che controlla l’ingresso della scuola media di mio figlio. Ogni volta mi concentro quando sto per mettere quel segno sulla scheda, rileggo i nomi, rileggo la domanda, riguardo i simboli. E sono un po’ agitata: perché non voglio sbagliare, perché quel gesto che sembra banale e a volte inutile mi investe di responsabilità, di un ruolo che va oltre i miei interessi e il mio angolo di mondo.

La domenica delle elezioni è un rito laico a cui non posso mancare, qualcosa che ho nel sangue e nel cuore, nella testa e nel dna. Qualcosa con cui sono nata e a cui educo i miei figli. La convinzione che la vera libertà sia partecipare. Anche quando la domanda non mi convince, anche quando la scelta non mi soddisfa fino in fondo. Ma non posso non andare, mi mancherebbe qualcosa, mi mancherebbe (ancora di più) qualcuno che mi ha cresciuto a pane e politica, cioè occuparsi di ciò che appartiene alla dimensione della vita comune.

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