se il buon giorno si vede dal mattino

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Questa mattina, in bagno, nel silenzio e solitudine di cui appena alzata ho un bisogno fisico, mi si è accesa una lampadina “oggi Jacopo deve avere il pranzo al sacco per il camp di basket”. Dopo la tempesta prolungata di queste settimane di lavoro intenso il frigo è il deserto dei tartari, abitato solo da avanzi del paleolitico che credo butterò senza neanche aprire. E quindi resta ben poco da utilizzare per un pranzo al sacco dell’ultimo secondo.

– Jacopo, tu devi avere il pranzo per il camp oggi! –
– Si mamma, anche a me è venuto in mente solo adesso –
– Insalata di patate e tonno, va bene? –
– Si, benissimo –

Fiera della sua disponibilità quando mi vede spaesata, vado con passo sicuro verso il sotto lavandino, posto in cui conserviamo le patate. Il nulla, siamo anche rimasti senza patate. Allora torno indietro.

– Non abbiamo più patate, posso farti insalata di tonno e pomodori, anzi, pomodoro perché ce n’è ancora uno –
– Va bene mamma –

Torno in cucina e mentre cerco nel pensile il contenitore in cui metterò il pasto del primogenito, la pila disordinata di scatoline e scatolette mi casca in testa. Ovviamente tra quelle ce n’è una di vetro che si rompe in mille pezzi. Raccolgo i vetri, metto da lavare il tappeto, avviso la famiglia di non camminare scalzi, cosa che fanno regolarmente. E preparo l’insalata di pomodoro e tonno per Jacopo.

Il resto della colazione si svolge regolarmente, senza altri incidenti domestici.

Al momento di vestirsi mi rendo conto che Jacopo non ha un’uniforme di basket pulita per oggi e così si metterà la maglietta, che non c’è una crema dopo sole da usare sulle sue spalle ustionate e che Lucia porterà oggi in piscina una crema protettiva vecchia di due anni e che probabilmente non servirà a niente, al massimo le provocherà un’irritazione che si aggiungerà alla sua dermatite che la divora.

– Sai, mi dispiace molto ammetterlo ma ho capito che sabato e domenica non potremo andare in montagna, non possiamo permettercelo, dobbiamo riprendere in mano i pezzi della nostra quotidianità – dico a Flavio sconsolata mentre prendo orologio e orecchini.
– Sono commosso! Brava, vedo che stai diventando grande e consapevole –
– Consapevole di cosa? –
– Del fatto che sei umana –
– Ma io non posso essere umana, non posso permettermelo –

E mentre pronuncio queste parole prendo in mano un orecchino per infilarmelo. Ovviamente cade. E ovviamente si rompe. Perché anche lui è umano.

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