alfabeto delle vacanze 

Standard

Ci sono cose indispensabili per definire una vacanza e altre meno. Un alfabeto che diventa check list da spuntare a fine agosto.

A – abbronzarsi: se non cambi colore non sei stato in vacanza, se non hai almeno un segno (del costume, dell’orologio, dei sandali) vuol dire che hai sprecato il tuo tempo e ti sentirai dire al ritorno a casa “ma tu vacanze niente?”. Ho passato 40 anni a sentire questa frase, evitatela.

B – bruciarsi: quelli che come me non riescono a diventare tinta caffellatte le provano tutte, soprattutto quando hanno poco tempo o sono alla fine dell’estate. Il risultato è che si bruciano dalla testa ai piedi, dimenticando la crema protettiva e illuminando le stanze di luce propria (quella fucsia generata dal proprio corpo).

C – code: se non stai un po’ in coda in autostrada non rientri nelle statistiche dei Tg di chi parte nei giorni da bollino rosso. Noi quest’anno siamo stati ligi e per evitare code ci siamo lanciati in statali francesi sconosciute. Risultato: 12 ore in macchina, 3 passi a 1000 mt di altezza per raggiungere la costa, figli che piangono per crampi alle gambe e mal di schiena.

D – derive: l’estate porta con sé l’eccesso. Come il troppo sole farà marcire frutta e verdura, così ogni buono spunto prenderà una deriva malsana e fastidiosa. E la battuta divertente dei ragazzi diventerà il tormentone che ripeteranno alla nausea in macchina finché li costringerai al silenzio facendo entrare in vigore la legge marziale.

E – esplorare: non è vacanza se non si esplora qualcosa, un’altra cultura, un ambiente naturale, una parte di se stessi. Non è vacanza se quello che vediamo o facciamo non ci trasforma almeno un po’.

F – fatica: di fare le valigie per partire e rifarle per tornare. Cerchi sempre di dividere le cose sporche da quelle pulite per evitarti una lavatrice, poi arrivi a casa e in lavatrice ci finiscono pure i borsoni.

G – guide: sono quei volumi enormi, pieni di suggerimenti che ti porti nella borsa senza mai consultarle per i primi 5 giorni. Quando al sesto deciderai che farsi venire la gobba non era un obiettivo dell’estate e lascerai i volumi a casa, ovviamente ne avrai bisogno per scegliere il ristorante nella zona periferica ma molto di moda. E non mangerai (almeno non li).

H – ho: il verbo preferito dei figli in vacanza, soprattutto girando per città e musei. Ho fame, ho sonno, ho sete, ho male ai piedi. Ho sviluppato nel tempo una sordità selettiva e sono bravissima a ignorare queste prese di posizione, almeno finché non sfociano nell’immobilismo del figlio di turno che si ancora al palo della luce, pisciatoio di tutti i cani del circondario, facendo aderire bene tutto il corpo.

I – ignoranza: mentre ascolti l’audio guida del museo XY scopri che hai dimenticato o forse mai saputo moltissime cose. E che se avessi studiato meglio storia, geografia, letteratura e arte alle superiori adesso capiresti un po’ di più di quello che stai vedendo.

L – letto: è la cosa che sei più felice di rivedere quando torni a casa tua. Perché hai dormito su reti sfondate, materassi a imbuto che raccolgono tutto al centro, letti alla francese, che vuol dire talmente stretti che appena muovi un piede tocchi quello del marito. 

M – menomalechesietetornati: è la frase con cui ti accoglie sempre mia nonna a fine agosto. Non lo dice pensando alle code in autostrada o al rischio incidenti. Semplicemente a lei l’estate infastidisce e tu in vacanza ancora di più.

N – noia: in vacanza dovrebbe essere non solo concessa ma resa obbligatoria. Perché rallentare i ritmi serve a tutti per rigenerarsi. E tu, che normalmente sei restia a concederti questo lusso, stai imparando. Non ci fosse sempre un figlio pronto a dirti “mi sto annoiando, giochiamo a palla/carte/ricoprirti i piedi di sabbia?” ci riusciresti anche.

O – oh: in vacanza devi vedere dei posti che ti facciano dire “oh”. Che siano i vetri della Saint Chapelle o Le spiagge dello sbarco o i ragazzi che vanno in bici in libertà coi nuovi amici francesi. Quella esclamazione apparentemente ininfluente sarà carburante per l’inverno e le sue fatiche, per il mese di ottobre e la routine che ti schiaccia.

P – pasta: è la seconda cosa che ti manca di più, o forse a me la prima. Va bene la tradizione culinaria di altri paesi, ma un piatto di pasta col pomodoro è tutto quello che ti serve quando torni a casa.

Q – quando: è l’inizio di ogni frase dei tuoi figli in vacanza: quando siamo arrivati? Quando andiamo a mangiare? Quando posso comprarmi il regalino che mi avevi detto? E la risposta è sempre una misura di tempo indefinibile: tra un po’, mezz’oretta, più tardi. E la risposta non placa mai la sete di conoscenza.

R – ristoranti: quando le vacanze si facevano in due si sceglievano sulla base di quanto fossero originali e tipici del posto. Adesso in 5 appena guardi il menù pensi se c’è qualcosa che susciterà l’entusiasmo del piccolo che non siano nuggets di pollo e patatine fritte. 

S – spiaggia (di sabbia): d’estate si frequenta, è risaputo e a piccole dosi è anche salutare. Ma dopo una settimana di colonizzazione di un quadrato di terra con ombrellone, borsa dei giochi, asciugamani, costumi di ricambio e di ritorni a casa in cui ti porterai sabbia tra le dita dei piedi, nel costume, nel cellulare, tra le pagine del libro e nelle orecchie, sceglierai solo più litorali di pietre.

T – tempo: non esiste buono o cattivo tempo ma solo buono o cattivo equipaggiamento. Però diciamo che se non piove e ci sono più di 15 gradi con vento, la vacanza riesce meglio. Almeno per noi mediterranei.

U – unghie: dipinte in colori brillanti e perfette quelle di tuo figlio di sei anni che ha voluto lo smalto, almeno quanto rovinate e con il colore che cade a pezzi le tue. Non te lo spieghi, ma è sempre così: tu cedi al fascino di quel boccettino rosso corallo e il tuo sforzo dopo un giorno sarà inutile.

V – vestiti: ci sono quelle che in qualsiasi località sfoggiano il vestito giusto: a Parigi la gonna con le tasche dove mettere di tutto, ma al tempo stesso un po’ “magico mondo di Amelie”, sulla passeggiata al mare il pareo legato come fosse un vestito cucito addosso da uno stilista. Io ho sempre qualcosa che non esce dalla valigia talmente era sbagliata e sempre ho degli abbinamenti improbabili e inadeguati. Così a cena a Parigi avrò il pantaloncino tecnico da montagna e nell’escursione a Disneyland mi ritroverò col vestito un po’ sbarazzino e le scarpe da ginnastica.

Z – zaino: una volta era grande e capiente, capace di contenere tutto il necessario per due settimane di scoperta. Adesso è più piccolo e contiene i compiti. A casa nostra abita un mostro dispettoso che estrae sempre qualche libro o quaderno dopo che è stato preparato con cura dai figli. E cosi ti trovi al mare per tre settimane senza il libro di inglese per fare i compiti, quello che “ma io l’avevo proprio messo nello zaino”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...