ci vorrebbe un corso

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Settembre è il mese dei corsi, delle iscrizioni, della scelta tra i balli di gruppo, gli scacchi e la lotta greco romana. È il mese dei buoni propositi e dei progetti, è l’ultima frazione della staffetta che ti porterà alla fine dell’anno. Con la differenza, sostanziale, che hai percorso tutte le frazioni da solo e adesso ti tocca lo sprint finale per arrivare al traguardo della fine dell’anno.

Io avrei bisogno di un corso che probabilmente non c’è e che non so come dovrebbe essere strutturato, ma so molte altre cose a proposito. Si chiamerebbe “corso di auto consapevolezza ed equilibrio per donne nel mezzo del cammin della loro vita” e avrebbe materie quali: fondamenti di autostima in assenza di dimostrazioni esplicite di apprezzamento, grazie al quale poter camminare serene per la strada imboccata senza chiedersi sempre se in fondo non stiamo sbagliando tutto; complementi di autoassoluzione, che insegna a padroneggiare strumenti e mezzi per perdonarsi dimenticanze e piccoli errori, sviste lievi che di solito le allieve interpretano come segnali di una crisi profonda e radicata, di quella parabola discendente che stanno compiendo a passi da gigante; teoria e tecnica dell’accettazione della propria normalità, per capire che i super poteri non sono qualcosa di umanamente raggiungibile, neanche per una donna, neanche per una plurimamma; ginnastica posturale, per imparare a tenere la schiena dritta e le spalle ben aperte in modo che il mondo che abbiamo lasciato si appoggiasse sopra di noi con la sua zavorra che pesa più di un elefante indiano obeso, riesca a scivolare e schiantarsi per terra.

Come uscirebbero le allieve alla fine del corso? Apparentemente uguali a come sono entrate. Imperfette, distratte e con la sindrome da accudimento verso ogni vivente e non vivente graviti attorno a loro. Ma più magnanime con loro stesse, più capaci di vedere quali sono i loro talenti e le loro capacità, di perdonarsi e di accettare gli errori senza viverli come fallimenti e peccati originali da cui non si purificheranno mai. Finiranno il corso e forse sapranno guardare con maggior serenità e rispetto il loro lavoro di cui ancora non capiscono il capo e la coda, quell’impegno talmente flessibile e mutevole che non sempre riescono a considerarlo una professione, con una dignità e un suo ruolo sociale.

Inizio a pensare che verrei bocciata.

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