una serata di mezza età

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Ci sono quei momenti dell’anno in cui finalmente in casa si torna a essere un numero consono al dialogo: due, entrambi maggiorenni, entrambi autonomi e senza troppe richieste reciproche, i due che si sono scelti. E nonostante gli anni stiano passando, siamo sempre bravi, mio marito e io, a goderci il tempo in due, per fare di nuovo quelle cose che in 5 riescono peggio (o non riescono proprio): andare a pranzo fuori a mangiare tartufi e andare al cinema.

Guardiamo e riguardiamo la programmazione e poi cadiamo sempre su qualcosa di impegnativo, che fa pensare, tendenzialmente un po’ triste e di questo ammetto di essere fortemente responsabile. Nelle ultime 3 o 4 occasioni siamo andati sempre nello stesso cinema, una multisala sala in centro, che dall’esterno sembrerebbe normale e invece no. Invece entri e ti sembra che ci sia la gita del cral dei pensionati: madame con l’onda fresca di parrucchiere, signori con la barba bianca e la pancetta che sporge sotto i pullover girocollo, stampelle e bastoni, coda alle casse non perché ci sia tanta gente, ma perché si sa che a una certa età tutto si rallenta, anche tirar fuori i soldi dal portafoglio e poi mettere via il resto.

Entriamo in sala, volume della pubblicità altissimo, non so se potenziato visto il pubblico o no. Ci sediamo ai nostri posti vicino a due signore, età tra i 65 e i 70 anni. Spostano il cappotto per lasciare libero il mio posto e comincio a sentire una discussione su questi cinema in cui concentrano tutte le persone vicine (e questo evidentemente le infastidisce). È vero, una volta non era così e potevi sederti dove volevi, ma i posti numerati al cinema esistono ormai da una quindicina d’anni, non mi sembra una novità. Le madame, insofferenti, cambiano posto e si siedono due file dopo, senza vicini che possano disturbarle (anche se non ho capito bene come). Dopo un paio di minuti anche lì, in quell’oasi di pace che avevano trovato, arrivano i vicini. E immancabilmente le signore si spostano, due donne sole alla ricerca di un po’ di pace. Il film inizia e non posso più controllarle, catturata dalle immagini proiettate su uno schermo più grande di quello di casa, ma neanche così tanto.

Usciamo dal cinema (dopo un film che parlava di una mamma e di un figlio 13enne, che aveva la stessa felpa che ha Jacopo, tanto per aumentare il senso di immedesimazione) e andiamo a mangiare alle 22 in un locale nella zona della movida torinese. Troviamo posto (e la cosa ci stupisce), ceniamo e quando alle 23 usciamo da lì ci troviamo in mezzo a centinaia di ragazzi, molti credo neanche maggiorenni che chiacchierano, camminano in mezzo alla strada, bevono birra da bicchieri usa e getta, vino da bottiglie di plastica, limoncello e altri alcolici comprati nel negozio di alimentari pakistano o indiano che probabilmente è aperto tutta la notte.

È qui, in una serata fuori tempo, che ho capito il senso letterale dell’espressione “di mezza età”: è quel tempo della vita in cui ti trovi stretto tra il bastone da passeggio e i piercing in ogni dove, tra il fastidio per i vicini al cinema e il sabato sera per strada con intorno centinaia di persone sconosciute e troppa confusione per parlare con quelli con cui sei arrivata lì. L’età di mezzo, come l’autunno, quella di chi è talmente poco abituato ad uscire in due che guarda i locali da fuori e non sa scegliere dove fermarsi, perché non capisce se fanno solo cocktail o ti danno anche qualcosa da mangiare.

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