che uomini conosco

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Conosco uomini che hanno dato una sberla alla propria moglie, mentre stavano discutendo di qualcosa. E poi magari, il momento dopo, con me sono stati gentili e disponibili.

Conosco uomini che fanno apprezzamenti pesanti sulle donne che hanno intorno, che magari indugiano troppo a passare una mano sulla spalla e sul collo di quelle stesse donne.

Conosco uomini che hanno detto a colleghe incinte che non potevano andare da un cliente, perché erano impresentabili. E hanno sminuito e svalutato di fronte a quegli stessi clienti il ruolo e il valore delle donne che lavoravano con loro.

Conosco uomini che quando parlano delle loro mogli dicono che quando sono nati i figli sono restate a casa da lavoro, per seguire la prole, per crescerli. Come se i figli fossero solo loro, delle madri.

Conoscevo donne che non hanno capito in tempo cosa sarebbe successo, che forse hanno provato a reagire. Che hanno lasciato dei figli, senza una madre, con un padre assassino.

Son tutti lì, nella mia vita quotidiana, indistinguibili dagli altri o quasi. Giustificabili nelle loro reazioni, fastidiosi a volte, ma raramente isolati dagli altri. Dalle donne e dagli altri uomini. Quelli che tutti i giorni rispettano le donne che hanno di fronte, che le apprezzano per ciò che di diverso hanno rispetto a loro: maggior empatia, capacità di relazionarsi con gli altri, flessibilità e disponibilità al sacrificio, resistenza e tenacia, emotività.

La violenza verso le donne è dietro l’angolo e davanti ai nostri occhi, dietro la porta di casa e nel negozio di quartiere, sui pullman e negli uffici, fuori da scuola e negli spalti dei campetti di quartiere. Siamo noi che non la vogliamo vedere, siamo noi che siamo talmente abituati a giustificarla che fingiamo di non capire che diventerà pericolosa. Perché offenderà, umilierà, toglierà speranza e possibilità a una donna. E anche se non arriverà ad ammazzarla o a sfigurarla con l’acido o a lasciarle i lividi e le ossa rotte resterà sempre violenza. Quotidiana, culturale, apparentemente invincibile.

ps. la fotografia è della mia amica Erika, che lavora al Gruppo Abele

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