una porta

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Ci vorrebbe una porta magica o una ruota, tipo quella dove si mettevano i bambini abbandonati per affidarli a qualcuno che si potesse occupare di loro. Ci vorrebbe un armadio, come quello delle Cronache di Narnia, che fa entrare in un’altra dimensione. O un richiamo tipo quello che Mork usava con Orson (questo qui).

Insomma, servirebbe qualcosa per incontrarti e raccontarti che i tuoi nipotini crescono e sono sempre più belli, che ce li coccoliamo tutti e tre, anche a distanza. Che le tue figlie hanno come tutte le mamme tutti i dubbi del mondo e che vorrebbero chiedere a te le risposte. E invece provano a trovarle da sole e ci riescono.

Servirebbe una dimensione magica perché tu potessi vedere che Jacopo e la tua grande chiacchierano seduti insieme su un tavolo, uno con lo sguardo fisso sul cellulare, l’altra che si guarda intorno perché a 12 anni fissare gli occhi negli occhi è troppo difficile. Non so cosa si siano detti, so che hanno riso molto, rumorosamente, che si sono trovati uno addosso all’altro. E che tornando a casa, come 4 anni fa, Jacopo ci ha detto che è stato proprio bene ed è incredibile come sia facile parlare con lei. Non so cosa abbia detto lei, non oso chiederlo a Paolo. Serviresti tu, perché alle mamme certe cose è più facile dirle.

Servirebbero due poltrone una di fianco all’altra per spiegarti perché ho votato così la scorsa settimana, perché non ho accettato un compromesso per un non ben specificato senso di responsabilità, per farti capire quanta dignità e convinzione ci fosse nella mia scelta, per sentire la tua opinione, per confrontarmi con te che sapevi sempre lasciare una porta aperta, che eri moderno e progressista a 80 anni, che eri disciplinato e rivoluzionario allo stesso tempo.

Servirebbe uno spazio così, per mettere in contatto quello che è ancora con quello che non è più. Perché i ricordi non bastano, perché se qualcuno è stato così prezioso nella tua vita continui ad averne bisogno, anche se ormai hai imparato a fare senza. Ma non ci si abitua all’assenza, mai. Ci si adatta a quello che è, si immagina di parlarsi ancora, si prova a indovinare quello che direbbero, farebbero, penserebbero. Si sopporta di poterlo solo immaginare, senza averne mai la conferma.

Se ci fosse quella porta magica per metterci in contatto, anche solo una volta ogni tanto, prenderei appuntamento con voi, perché continuate a mancarmi e a essere nei miei pensieri.

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