fili forti e sottilissimi

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Quattro persone intorno a un tavolo, due donne e due uomini. Un’età uguale quasi per tutti, tante giornate vissute insieme di cui parlare, tanta vita passata in mezzo e raccontata a pezzi. Una bottiglia di vino divisa tra tutti, il menù discusso insieme, per prendere cose diverse, per garantirsi più assaggi dai piatti dell’uno e dell’altro. Posizioni politiche molto diverse, discussioni accese e appassionate, senza mai l’ombra dell’offesa, della distanza.

Ieri sono sta a cena con degli amici, ex colleghi con cui ho condiviso l’inizio della mia professione. E quello che mi resta di più dentro non sono le cose che ci siamo detti, quelle di cui abbiamo parlato, ma quelle di cui abbiamo taciuto. Quelle confidenze che ognuno sapeva di uno degli altri e non ha espresso, ma che chiare sono risuonate nella sua mente e nel suo cuore quando il discorso ha toccato certi argomenti: la sanità che funziona o non funziona, i fratelli che non ci sono più, i figli e i padri. Ognuno custodiva dentro di sé un pezzo di vita dell’altro e l’ha tenuta stretta dentro, lasciandogli la libertà di decidere se metterla lì sul banco davanti a tutti, darla per risaputa o tenerla in ombra. Nessuno si è sentito meno importante, escluso da una verità che altri avevano avuto il privilegio di sapere o l’onere di portare. C’erano dei fili forti e sottilissimi tra noi ieri sera, una rete invisibile che si intrecciava fitta trattenendo qualcosa di ciascuno di noi.

Perché essere amici è questo: accompagnarsi lungo la strada, accogliersi reciprocamente nelle proprie gioie e debolezze, accettare le cose non condivise, recuperare il tempo passato lontani in due parole, in una mano appoggiata sulla tua gamba mentre mangi un piatto di pasta. Guardarsi negli occhi e sapere che quello che vedrò negli occhi dell’altro sarà sempre interesse, affetto, vicinanza per la mia vita. Una presenza discreta e continua, capace di annullare il tempo che passa e la parole non dette, capace di far trovare il tempo e lo spazio giusto per raccontarsi la vita, capace di accettare i silenzi e accoglierli.

Tengo dentro le vostre vite, le cose che so perché ero lì vicino in quel momento, quelle che avete voluto dirmi perché dovevate affidarne un pezzo a qualcun’altro, quelle che immagino ma non ho mai osato chiedervi, perché nell’anima degli altri non si entra se non esplicitamente invitati. Vi tengo di fianco ai miei segreti, alle mie fatiche, ai miei nodi da risolvere. E mi sento meno sola, sapendo che tra due mesi o dieci anni troverò sempre i vostri occhi che mi accolgono, la vostra mano sulla mia gamba, l’odore della sigaretta fumata appena prima di abbracciarmi che si appiccica al mio cappotto e alla mia guancia.

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