l’ora di sdrammatizzazione

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Alle elementari avevo due maestre: Dina, quella più tradizionale, metodica, ordinata. Aveva fatto un enorme cartellone sull’analisi grammaticale che viveva sopra la nostra lavagna e mi ha instillato la fissazione per la lingua che tanto fastidio da ancora ai miei figli. E poi c’era Isabella, quella creativa, alta e ginnica (sempre in pantaloni e scarpe basse, mentre Dina aveva la gonna di ordinanza e i tacchi, forse anche perché era alta poco più di noi bambini). Quella che insegnava matematica e che a metà degli anni 80 insegnava a tutti, maschi e femmine, ad attaccare un bottone alla camicia (novella ora di economia domestica in regime di parità tra i sessi). Con lei andavamo una volta a settimana in un’aula speciale e facevamo l’ora di “drammatizzazione”: mettevamo in scena recite, scenette varie, riprendevamo spot tv di merendine e le trasformavamo per la recita di Natale. L’insegnamento era che la recita serviva a imparare a mettere in scena le proprie emozioni, conoscerle e saperle esprimere per esserne consapevoli (lo deduco adesso, conoscendo la maestra).

Io vorrei che invece le maestre dei miei figli o chi si occupa della loro educazione dedicassero un’ora della settimana all’insegnamento della “sdrammatizzazione”, per imparare a ridare una dimensione corretta alle cose. Ad esempio a dei genitori che vivono i compiti di prima elementare come fosse un esame all’università e usano la lingua in maniera non so se impropria o indicativa di chi quei compiti li sta svolgendo (“come ha 5 gatti la maga PincoPallo? allora l’ho fatto sbagliato…”).  O a quell’allenatore che in una partita di campionato dell’under 13 regionale protesta con l’arbitro e minaccia tuonante “se continuiamo così, io porto via la squadra!”: ecco incamminati se vuoi arrivare per cena, che dovete arrivare a Settimo e qui siamo nel profondo Mirafiori Sud. O a quella bambina che a 6 anni è già fidanzata con un coetaneo e gli impedisce di stare con l’amico a giocare perché deve stare sempre con lei e prende l’amico per il collo, non si sa per quale motivo. Vorrei insegnarlo a quei genitori che discutono se mandare i figli di terza in gita a ciaspolare il giorno dopo perché in montagna è prevista neve: ciaspolare nelle pozzanghere di pioggia in effetti poteva essere più creativo, ma probabilmente meno efficace.

Vorrei l’ora di sdrammatizzazione per ricominciare a sentire le emozioni prima di pensare a come potremmo metterle in scena, per imparare a essere consapevoli che non tutto è straordinario, mentre molto è ordinario. Vorrei quell’ora per essere capaci, quando ci capiterà, a riconoscere davvero il dramma e avere le spalle sufficientemente larghe per portarlo addosso, senza farlo scivolare e perderne pezzi per strada.

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