avanti, si gioca

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– Sai, mia figlia ha un caratterino, non è che dove la metti sta. Poi magari lei prende questo momento come un vedersi con degli amici… –

Stavo per intervenire nella conversazione telefonica dicendo “ecco, hai perfettamente capito cosa intendiamo proporre a Jacopo, vedersi con degli amici e usare l’inglese come una lingua”. Poi l’educazione, o forse un colpo di tosse, mi ha trattenuto il tempo giusto per far terminare la frase a chi stava dall’altra parte del telefono.

– Insomma, non vorrei che prendesse questo momento come un gioco e non si impegnasse abbastanza. È un corso di inglese, quindi magari fatto a scuola si impegna di più –

Stiamo cercando di organizzare per Jacopo un corso di inglese in cui il centro non sia fare esercizi di grammatica o completare frasi di un libro standard, ma dialogare con un ragazzo un po’ più grande di lui nato in un paese anglofono e con altri amici della sua età. Insomma, stiamo cercando di fare in modo che nostro figlio di 13 anni possa capire che l’inglese è una lingua che può utilizzare per parlare con altre persone, che ha un’infinità varietà di vocaboli che lui non conosce (anche perché la sua professoressa non ritiene necessario l’utilizzo di un vocabolario, gliele insegna lei le “paroline”, come le ha definite durante il colloquio con me in prima media). Stiamo cercando di non fargli odiare qualcosa che sarà per lui e per il suo futuro indispensabile. E la ricerca di compagni con cui condividere questo percorso si sta dimostrando complicatissima.

Complicatissima, si, perché pare che lo studio (e il raggiungimento di un risultato) debba prevedere per forza sofferenza, noia, imposizione. Senza sembra non ci sia insegnamento, crescita, acquisizione di competenze. Se è un gioco non vale: se ti diverti, se esprimi te stesso, se hai voglia di stare lì dove sei perché incontri degli amici e parli di cose che ti interessano, allora è inutile e non produrrà risultati.

Come se i giochi non prevedessero impegno, concentrazione, fatica, delusione, sconfitte, regole, disciplina. Come se le strade possibili per l’educazione fossero solo la bacchetta sulle dita e la rigidità del collegio o la libertà completa senza accompagnamento alcuno, senza limiti, senza regole.

Siamo a inizio anno scolastico e si parla tanto di problemi della scuola: insegnanti che mancano, strutture che per essere pulite e ridipinte necessitano dell’intervento delle famiglie, smartphone in classe come strumento per fare didattica o per distrarre i ragazzi.

Se avessi la possibilità di esprimere e veder realizzare un solo desiderio per il percorso scolastico dei miei figli, so che cosa chiederei: che la scuola sia per loro un gioco. Divertente come il basket o l’atletica che praticano 3 volte a settimana; impegnativo come la ginnastica artistica in cui Lucia ha speso 5 anni di allenamento costante; serio come un campo scout di reparto in cui se non pianti bene la tenda ti ritroverai a dormire nel bagnato; arricchente nelle relazioni, nelle conoscenze e nelle competenze com’è per me il camp sulla narrazione che vivo ogni estate. Se la scuola sarà per loro questo gioco sarà più facile diventare persone curiose, felici, ottimiste e responsabili: diventare gli adulti che ogni ragazzo dovrebbe poter incontrare, per giocare insieme.

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