a rimini

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A Rimini porto un po’ di stanchezza e una testa troppo piena. Scendo dal treno, organizzo la cena e alla prima birra in piedi in piazza, i discorsi che mi affollavano la mente iniziano a uscire. La stanchezza resta, per togliere quella servirebbe una settimana di assenza dal mondo.

A Rimini arrivo dopo aver parlato troppo, con la mia voce che mi rimbomba nelle orecchie. Dopo la fase di logistica necessaria, ascolto molto più di quanto parlo. E ricomincio a fare pensieri nuovi, a far crescere dubbi, a coltivare speranze.

A Rimini divento egoista e mi isolo da ciò che è quotidiano, dalle malattie che lascio a casa, dalla stanchezza degli altri, dalle persone di cui sento che dovrei prendermi cura. A volte il quotidiano mi trova anche qui, ma io cerco di tenere la porta chiusa e rimando a quando scenderò dal treno e tornerò a casa.

A Rimini faccio fatica a definirmi è un po’ mi sembra di barare. Non sono una giornalista o una scrittrice, non sono una libraia o un’insegnante. Non c’è un’etichetta che mi stia addosso, che aderisca bene alla mia professionalità, che spieghi e motivi il mio essere lì.

A Rimini penso ai 6 mesi che restano di questo anno e sento forte la responsabilità. Di spenderli bene, di tracciare le strade che vorrei percorrere, di fare il lavoro che vorrei fare. Di trovare la mia etichetta.

A Rimini mi sono sdraiata in spiaggia e mi sono sentita come la bambina portoghese della canzone di Guccini, sola nel sole. E sono stata bene.

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