cos’è Sarajevo (per me)

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Sarajevo è vita, che cammina, parla, mangia, vende, compra, prega, suona, gioca a scacchi, ascolta, osserva e conosce, sorride, chiede.

Sarajevo è storia, di Francesco Ferdinando ucciso su un ponte, di Tito che adesso compare sulle tazze da colazione e sulle calamite da frigo, delle Olimpiadi del 1984 di cui rimane una pista di bob su cui ormai si può passeggiare, di persone ferite o morte al mercato o vicino alla cattedrale, lì dove adesso c’è una macchia rossa sull’asfalto.

Sarajevo è cibo, cucinato in ogni angolo della città vecchia, mangiato in qualsiasi momento della giornata, gustoso e nutriente, come i baklava che trasudano miele e noci.

Sarajevo è spiritualità e non importa se svettano verso il cielo un campanile o un minareto, se entri in una chiesa ortodossa o cattolica, se vedi una stella di Davide o una mezzaluna e una stella: quando torni a casa e per la strada ti accompagna la preghiera del muezzin ti senti in contatto con qualcosa di più profondo dentro di te: la tua umanità. Quella stessa che a Sarajevo ha dato il meglio e il peggio di sé.

Sarajevo è una scoperta, una ricchezza, un equilibrio fragile e prezioso.

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