adolescenti, questi sconosciuti

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Martedì sera ho cenato con due insegnanti, tra quelle più illuminate che conosca, e quattro amici, tra quelli più naturalmente educatori che abbia. Volevamo raccontare (io e i 4 amici) a chi si occupa ogni giorno di educazione, cosa abbiamo già fatto e cosa stiamo progettando con le nostre ragazze e ragazzi di 7minuti sul tema della narrazione, con qualsiasi linguaggio. Dalle 20 alle 23 abbiamo parlato e ascoltato. Alle 23,30 abbiamo salutato le insegnanti e abbiamo finalmente iniziato a parlare di ragazze, ragazzi e dei nostri progetti di educazione, crescita, autoformazione. Prima abbiamo ascoltato una miriade di dubbi sulla possibilità reale di coinvolgere gli studenti, una vagonata di perplessità sulla capacità degli adolescenti di essere protagonisti, una sequela di lamentele su quanto è difficile stare in classe. Tutte vere, tutte comprensibili. Ma insegnamento (ed educazione) fa rima con ottimismo e speranza.

Lunedì sono andata in una biblioteca a parlare di educazione alla lettura con 20 insegnanti di scuola secondaria di primo e secondo grado. Per un’ora e 45 minuti ho raccontato esperienze di lettura, ho detto di smettere i panni dell’insegnante e raccontare la loro vita di lettori, ho parlato di festival di letteratura per ragazzi, di un libro scritto da ragazzi e ragazze che leggono, ho ascoltato l’esperienza di docenti che ogni mattina iniziano le lezioni con 15 minuti di lettura individuale. Quasi alla fine della chiacchierata, mentre si discuteva del fatto che sia più difficile convincere i maschi a leggere, una mano si alza da metà sala e dice “In quel libro che ha in mano c’è la soluzione a questo problema?” “No” ho risposto “perché nei libri ci sono le domande, non le risposte”. Sembra banale da dire a un’insegnante, ma evidentemente non è così.

La scorsa settimana ho raccontato al telefono a un’insegnante delle scuole medie uno dei progetti didattici che nasce da uno dei libri della casa editrice. Dopo aver usato diversi minuti per illustrare le valenze pedagogiche ed educative di questo testo, suggerendo le tematiche su cui si poteva centrare il confronto in classe, la voce dall’altra parte del telefono mi chiede “Quindi non c’è il quaderno operativo? Voi proponete solo la lettura del libro, non ci sono proposte di attività già organizzate?”. Ho tentato di spiegarle che la didattica era un suo compito e che era un po’ arrogante da parte di una casa editrice suggerire agli insegnanti come insegnare. Ma non ha capito, quindi ho iniziato a pensare a “quaderni operativi” per i progetti dei nostri libri.

Sembra banale pensare che chi tutti i giorni entra in un’aula dovrebbe avere in mente che il centro di tutto è la relazione. Sembra banale dirgli che l’educazione ha tempi lunghi e risultati che non raccoglieranno loro probabilmente. Sembra banale evidenziare quanto in ciascuna ragazza e ragazzo ci sia un tesoro grezzo e che il loro lavoro sia dare gli strumenti perché ogni adolescente possa scoprire il proprio. Sembra banale, ma è necessario. Perché finite le 5 o 6 ore di scuola giornaliere gli adolescenti escono dalle aule e vanno nel mondo. E a volte in quel mondo trovano il modo di esprimere quello che sono, ciò che hanno dentro. A volte in quel mondo sanno rischiare e mettersi in gioco davvero anziché mettersi in stand by per passare il più possibile inosservati.

Anziché cercare di far entrare nelle aule piccole e controllate porzioni di mondo attraverso le sbarre dei cancelli che delimitano le scuole, forse bisognerebbe aprire i cancelli e uscire fuori con gli studenti, nella loro quotidianità. Alcuni insegnanti potrebbero scoprire quanto sono competenti, capaci, curiosi e brillanti i propri studenti. Potrebbero non riconoscerli o vederli finalmente per la prima volta.

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