la luce della cucina accesa

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Domani a pranzo la casa di nonna non sarà più. Non sarà più sua e nostra insieme, e una nuova vita la animerà.

Se è vero che mi porto dentro tanto di lei e di nonno, è altrettanto vero che tanto sembra sia rimasto custodito tra quei muri. Tra i disegni del pavimento della cucina che prendevano vita quando con lei, Miki e io appoggiavamo il sedere al termosifone e giocavamo a vedere in quelle macchie astratte animali, volti, nuvole e storie.

Nelle fughe delle piastrelle del bagno, che diventavano per noi bambine un mare infestato dai coccodrilli e i tappeti erano zattere di salvataggio. Nel contenitore pieno di borotalco e batuffoli di cotone, l’odore di nonna da sempre, di pulizia e dignità.

Tra le pagine dei libri messi in doppia fila nella libreria, dove le dita di nonno, ingiallite dalla sigaretta, hanno lasciato l’impronta indelebile della sua voglia di sapere e di capire. Lui che aveva imparato a leggere in fabbrica.

Nelle grinze di colore dei quadri di cui era piena la casa. Quadri che nonno dipingeva a Lantaret, metodico più che creativo, disciplinato nella sua ricerca dei colori e delle forme. Sempre curioso e aperto a ogni forma di narrazione.

Domani a pranzo si chiuderà quella porta e non sentirò più il rumore del campanello di casa, non riconoscerò più il quinto piano dal segno sull’angolo in basso a destra della porta dell’ascensore. Mi mancherà quella casa e so che sempre, passando sulla strada, alzerò lo sguardo per vedere se vi vedo salutarmi dalla finestra o se la luce della cucina è accesa. Lasciatela accesa quella luce, così vi potrò ritrovare per sempre.

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