ti regalerei una macchina del tempo

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Se potessi farti un regalo speciale ti regalerei una macchina del tempo.

Per andare nel passato a chiacchierare con la tua amica o stare in silenzio una vicino all’altra perché non avevate bisogno di parlare sempre. Per tornare bambina a casa dei tuoi genitori, quando tuo papà ti teneva la mano sul tavolo, quando in bici giocavi al giro d’Italia e poi cadevi e tua mamma ti sgridava. Per ritornare in una delle tante classi in cui hai insegnato, in cui hai dato amore e passione, regole e creatività. Con quei bambini che sono stati tutti i tuoi bambini.

Per restare nel presente coi tuoi nipoti che ti riempiono la testa di parole e la tavola di piatti sporchi, la casa di vestiti della recita da cucire. Per continuare a camminare sulla tua strada, anche se fai fatica, anche se a volte hai bisogno di sfogarti, anche se spesso non ti lamenti e ti porti dentro tutti i dubbi e le preoccupazioni. Per continuare a occuparti così tanto delle tue figlie, indispensabile compagna di squadra per la nostra quotidianità.

Per andare nel futuro e vedere che ci saranno ancora viaggi insieme a papà, ancora momenti spensierati e leggeri, ancora sfide da affrontare e salite. Per ascoltare i concerti di nuovi violinisti e pianisti, nuove recite, nuove gare di ginnastica. Per continuare a insegnarci la pazienza, l’equilibrio, la passione. Per essere quella che vuoi essere tu, senza doveri e obblighi, senza abitudini che ti stanno strette. Libera fuori, come sei libera dentro.

Auguri mamma, vorrei avere una macchina del tempo per rivivere tutto con te, i momenti belli e quelli difficili. Perché sempre ho avuto qualcosa da imparare dal tuo modo di affrontare le cose.

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la madre educante e la madre accudente

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Ieri sera, quando era già a letto da mezz’ora, Diego mi chiama.

– Mamma, io ho paura dei brevetti –

– Non devi preoccuparti, sarà una lezione normale –

– Invece no, perché di solito Federica ci dice cosa dobbiamo fare –

– Cosa succede? – chiede Lucia dal piano di sopra, assonnata.

– Niente, dormi, e dormi anche tu Diego, vedrai che domani sarà una lezione come le altre –

– Lucia vuoi che domani mattina ti dico cosa avevo? –

– Si, ma adesso dormi –

Oggi Diego aveva la lezione di nuoto dei brevetti. Ed era contento, ma aveva anche paura. Di fronte al piccolo di famiglia che piange, la sera prima ho avuto un nano secondo in cui il mio cervello ha formulato la seguente proposta “se hai paura puoi non andare”. Ma poi il buon senso ha prevalso e la madre educante ha messo a tacere quella accudente.

Oggi arrivo di corsa in piscina, quando la lezione è finita. Diego è nello spogliatoio che deve farsi la doccia. Tutto felice.

– Mamma, sono tutto balena, lo sai? Avevi ragione era una lezione normale –

La madre educante si stringe la mano e si da una pacca sulla spalla, complimentandosi con se stessa per il buon lavoro. La madre accudente ringrazia le personalità multiple che convivono con lei nello stesso cervello. Perché solo con il loro aiuto potrà far crescere i figli, facendoli diventare adulti. Che poi non vuol dire altro se non gestire le ansie, convivere con le paure, affrontare i momenti di esame.

metti il rossetto ed esci

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Tutte le mattine passava a casa nostra, dopo che noi eravamo andati via, a scuola e a lavoro. E rifaceva i letti, passava la scopa per togliere la polvere delle giornate che scorrevano e le briciole della colazione. Non faceva grandi lavori, ma rendeva la casa pronta ad accoglierci di nuovo: ordinata e calda, curata e pronta per una nuova incursione.

Qualche mattina facevo colazione con lei, al tavolo del suo soggiorno, sulla stessa tovaglia marrone coi fiori ricamati che ancora copre il tavolo. Sedute in punta alla sedia, entrambe con la zuppetta di pane, latte e caffè, io nel bicchiere e lei nel pentolino. Io con le trecce e lei coi suoi orecchini, la gonna a pieghe, le calze tinta uovo. Io che piangevo dicendole che non volevo che lei morisse mai e lei che mi rassicurava che non sarebbe successo per tanto tempo (ma non mi diceva la bugia che non sarebbe mai morta). Poi uscivamo insieme, mi accompagnava a scuola e alle 16,30 tornava a prendermi, pronta per andare ai giardini. Una volta, quando in quinta elementare avevo strappato la concessione di tornare a casa da sola, lei mi aveva seguito a distanza, per assicurarsi che non mi capitasse niente. L’avevo beccata e mi ero infuriata.

Questa mattina sono passata da lei, per salutarla e perché lo sciacquone del gabinetto non funzionava più. Abbiamo chiacchierato, sedute in punta alla sedia, appoggiate alla tovaglia marrone con i fiori ricamati e qualche filo che inizia a rompersi. Lei con il suo pentolino con la zuppetta di pane, latte e caffè. Coi becchi d’oca e gli orecchini, la gonna a pieghe, il foulard tenuto chiuso da una spilla da balia, il grembiule in vita.

Mi ha detto la sua stanchezza, la sua fatica ad accettare di non riuscire più a fare le cose, di aver bisogno di una persona che l’aiuti a casa. Le parti erano invertite, ma c’era la stessa intimità, la stessa magia di 30 anni fa. Perché ho imparato da lei l’ordine e la cura, il rigore e la dolcezza, quella che si concede ai nipoti e poco ai figli, ai nonni e non ai genitori. Ho imparato che “quando sei un po’ triste, mettiti il rossetto ed esci” e così faccio ogni tanto. E così continua a fare lei, che si mette un po’ di rossetto prima di andare al parco.

Ogni volta che mia nonna mi dice che vorrebbe andarsene, le dico che tanto non si può scegliere, quindi è meglio che si faccia andar bene quello che arriva. Ma possiamo scegliere come stare qui: con pazienza, senza rabbia, con i ricordi che ci tengono compagnia e senza rimpianti. Come sta lei.