un’ora e trentadue minuti

Standard

Nel weekend libero siamo andati al cinema, lusso che non provavamo da mesi e mesi. E tra tutti i film drammatici, abbiamo scelto quello più leggero, in cui un uomo muore, ma per un conto sbagliato può tornare in vita per un’ora e 32 minuti.

Se mio nonno tornasse qui per un’ora e 32 minuti andrei con lui a fare una passeggiata al boschetto, dove andava da solo in bici, dove raccoglieva le more e i fiori per nonna.

Se mia nonna tornasse qui per un’ora e 32 minuti mi siederei sulla panchina dei giardini con lei, ascolterei le solite storie che mi ha raccontato mille volte, le permetterei di pagarmi il gelato come se avessi ancora 8 anni.

Se Enzo tornasse per un’ora e 32 minuti starei tra gli ulivi con lui per imparare a potarli bene e poi mi farei insegnare a cambiare la camera d’aria di una bici.

Se Enrica tornasse per un’ora e 32 minuti starei seduta con lei nella sua cucina, a bere il tè insieme, mentre chiacchieriamo.

Se Gabri tornasse per un’ora e 32 minuti andrei con lei a prendere il caffè con la panna da Ghigo, le racconterei di Jacopo, Luci e Diego, le parlerei del mio lavoro nuovo, ascolterei i racconti dell’ultima cena preparata da suo marito.

Se tornassero per un’ora e 32 minuti cercherei di riempirmi di loro e di quotidianità, come un palloncino bucato continua a riempirsi d’aria, senza mai arrivare a scoppiare.

Annunci

le notizie belle

Standard

Le notizie belle sono belle belle quando hai l’imbarazzo della scelta a chi dirle per primo: a tuo marito o ai ragazzi, che anche se non capiranno fino in fondo quello che significa saranno felici per il solo fatto che tu sei felice. Ai tuoi genitori o ai tuoi suoceri, che sono sempre lì vicini a te e che ti appoggiano con una fiducia forte e costante. A tua sorella, a cui non racconti sempre subito tutto perché sei fatta così, ma senti di doverle lo ius prime noctis quando i pezzi del puzzle tornano a posto, anche se lei non sapeva che stavi giocando a questo gioco. Alla tua amica di sempre o ai tuoi due amici che sono anche marito e moglie (chi chiamo dei due? questo il dubbio amletico di questa mattina), che hanno sempre ascoltato le mie soddisfazioni e le mie fatiche, che sanno dirmi la parola giusta al momento giusto (“lo sai che questa non è fortuna, vero?”). A quei tre amici che ti hanno stimolato e insegnato a costruire questa nuova tappa, che ti hanno aiutato a tirar fuori quello che tu hai dentro, o alla tua amica ex collega, che prima condivideva un ufficio e adesso condivide tutta la vita, fatiche comprese.

Le notizie belle sono belle belle quando arrivano a sorpresa, ma non per caso. Quando senza neanche rendertene conto veramente le hai costruite un pezzo per volta, senza neanche sapere dove sarebbero andate a parare. Quando hai scommesso su qualcosa che sembrava difficile da capire ai più e invece è diventata la chiave per una nuova strada, che potrà farti battere forte il cuore come la prima che hai percorso, quella che ti ha insegnato tanto e in cui hai dato tutta te stessa a lungo.

Le notizie belle sono belle belle quando mettono gioia, ma non sorprendono chi vive tutti i giorni con te, perché sa che quando ti metti su una strada, difficilmente la abbandoni a metà. E quando cadi ti rialzi, più consapevole di prima, più determinata ad arrivare in fondo.

Mi godo le notizie belle e il fatto che diventino ancora più belle più le condivido con gli altri.

servono molti noi

Standard

Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

si, va bene

Standard

– Mamma, un giorno di settembre possono venire i miei amici a fare l’asta del fantacalcio a casa nostra? –

Eravamo a Reijka, dopo un viaggio di 9 ore, iniziavamo la vacanza e avevamo appena comprato il necessario per la colazione del giorno dopo. Eravamo allegri, mediamente abbronzati, chiacchieroni con gli amici compagni di viaggio.

– Si, va bene – ho risposto, forse non completamente consapevole.

Passano i giorni, la vacanza continua e io mi distraggo.

– Mamma, abbiamo pensato di vederci il 5 settembre, a che ora dico di venire? Alle 10 va bene? –

Eravamo a Sarajevo, stavamo per uscire per andare a scoprire la città, avevo una macchina fotografica carica nello zaino e molta curiosità per un posto nuovo.

– Si, va bene – ho risposto con la leggerezza che ha colei a cui il primo figlio sta dicendo che tra 5 anni presumibilmente dovrà informarsi circa la data dei test d’ingresso all’università.

Siamo tornati a casa, abbiamo salutato Reijka, Sarajevo e molti altri posti e il 5 settembre è arrivato. E alle 10 spaccate il campanello ha suonato due volte e in casa sono entrati 4 ragazzi di 14 anni, che mi salutano più o meno timidi (qualcuno mi vede a ogni partita di basket, altri non mi hanno mai incrociato) e prendono possesso del tavolo del soggiorno.

Ho assistito, da dietro la porta a vetri della cucina (chiusa da me per non essere rintronata dalle loro chiacchiere), a una contrattazione del calciomercato, con tanto di videochiamata dell’amico fuori Torino: <<A. lo vuoi Donnarumma?>>  chiede uno dei presenti, <<No, non lo voglio>> sento rispondere A. con la voce gracchiante del telefono e, sarà che non lo vedo nello schermo del cellulare, ma me lo immagino “fluttuante” su una poltrona gonfiabile a forma di unicorno in una piscina all’aperto, con un cocktail dai colori improbabili in mano e una catena d’oro al collo più grande di lui. Sono comparse sul tavolo le calcolatrici anni 80 con cui io e Flavio abbiamo affrontato 5 anni di liceo, per gestire gli acquisti sulla base dei soldi che avevano a disposizione, fogli vari, schemi scritti a matita.

Come ogni contrattazione che si rispetti, il tutto si è concluso con un pranzo dal kebabbaro (il quinto pasto consecutivo che mio figlio fa fuori casa, ma se li sta pagando lui e a 14 anni si ha uno stomaco capace di digerire le pietre, quindi direi che la questione non mi riguarda) e sul tavolo del soggiorno sono rimasti gli appunti sparsi.

– Mamma, a gennaio dovremo incontrarci di nuovo per il calciomercato invernale –

– Si, va bene – ho risposto di nuovo, perché in fondo mi fanno veramente morire dal ridere i 14enni che frequentano casa mia nell’ultima settimana di vacanza prima dell’inizio della scuola superiore.

sto offrendo un regalo ai miei figli

Standard

Sto offrendo un regalo ai miei ragazzi. Lo costruisco da sempre, da prima che nascessero, forse anche da prima che abitassero i miei pensieri. Ogni giorno lo arricchisco di un particolare nuovo, di un dettaglio inaspettato ma coerente con tutto il resto. Niente è superfluo: tutto è sostanza e contenuto, a nulla si potrebbe rinunciare senza cambiare la natura del regalo stesso. E come succede sempre, ad ogni natale e compleanno, non so occuparmi del pacchetto, ma questa volta sono giustificata: non servono colori per renderlo più prezioso, non servono fiocchetto e nastrini per tenerlo insieme. Non voglio nasconderlo dietro una carta, non voglio costringerlo in una forma, ma metterlo nelle loro mani così com’è, scoperto e fluido, mutevole e impossibile da ingabbiare.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia, il più bel regalo che si possa ricevere. Una famiglia che non è fatta solo di legami biologici e parentele, ma anche di esperienze condivise e di passi fatti insieme. Una famiglia che non conosce barriere di età, con grandi e piccoli insieme, che si aiutano a crescere e imparano l’uno dall’altro. Una famiglia che a volte preferisce azioni e gesti ai discorsi, ma che sa trovare il modo di dare parole alle emozioni per renderle reali, per condividerle e farsene carico. Una famiglia che ha un linguaggio condiviso, quelle parole maestre che sanno condensare significati e valori, impegni e promesse. Una famiglia che è obiettivo e punto di partenza insieme, luogo di riposo e di impegno. Una famiglia che ci fa sentire che non siamo soli quando la strada si fa dura, ma ci lascia camminare con le nostre gambe. Una famiglia che non toglie la fatica e la notte, ma la rende meno buia e impenetrabile, che da speranza e cerca insieme a noi un significato anche nei momenti difficili. Una famiglia che percorre strade diverse, ma sa trovare occasioni e spazi per ritrovarsi, belli o brutti che siano.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché questo è quello che ho avuto anche io. Nella casa dei nonni e nelle estati con loro, tra funghi e partite a scopa. Nelle giostre a carnevale e nelle vacanze in camper con gli amici. Nelle giornate dei genitori agli scout e nella salita al colle in route. Nelle cene di natale e nelle grigliate estive, negli aperitivi e nelle chat per scegliere i regali per i compleanni. Nei matrimoni, nei battesimi, nei funerali.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché la vita gustata in questo modo è ben più saporita.

ps. nella foto il tramonto sulla route nazionale a san rossore, il 10 agosto 2014

il tempo a venire

Standard

Buon Natale a chi non ha più i capelli in testa e affronta un percorso che non sa dove lo porterà. Non sarà mai solo, ma quel percorso è solo suo, tutto personale, tutto sul suo corpo e nella sua anima.
Buon Natale a chi stanno ricrescendo i capelli, ispidi e bianchi, per i “sagrin” di quest’ultimo anno, forti e coraggiosi come si è dimostrata lei, resistente a tutto, anche a una vita che chiede tanto, forse troppo.
Buon Natale a chi i compagni di prima elementare li vede solo in cortile, perché i loro raffreddori, i loro mal di pancia, la loro tosse sarebbero sconvolgenti per il suo piccolo corpo che affronta una lotta così grande. E alle sue maestre che con speranza e determinazione trovano il modo per essere anche a distanza le sue maestre.
Buon Natale a chi sta imparando con fatica e lentezza a stare di nuovo con gli altri, a chi non riesce a condividere di più anche se ne avrebbe tanto bisogno. E ai suoi genitori che devono vederla rivenire al mondo ogni giorno, con la fatica di starci in questo mondo, con l’incomprensione di quale black out sia capitato a un certo punto.
Buon Natale a chi cresce senza la sua mamma, ma tanto di lei si porta dentro: la sua timidezza, il suo profilo, la sua resistenza e la sua determinazione. È un regalo vederla, accarezzarla da lontano e provare a parlare con quella mamma, che magari da qualche parte mi ascolta.
Buon Natale a chi accompagna, il ruolo più difficile di tutti. Perché deve imparare a coordinare il suo passo con quello di un altro, deve saper mettersi alla distanza giusta per dare sicurezza e lasciare autonomia.
Buon Natale agli amici di sempre, la naturalezza di stare insieme non smetterà mai di stupirmi e di scaldarmi. Ognuno ha un posto speciale dentro di me, tutto suo.
Buon Natale alle mie famiglie, a quella di sangue che mi prende sempre come sono, a quella del cuore che negli anni ha costruito insieme a me così tanto che ormai anche il sangue sembra mischiato.
Buon Natale alla mia famiglia lontana, che sento così vicina: nella calligrafia di quella ricetta delle madeleines, nei ricordi di 30 anni fa, nella lingua imparata alle medie che riesco a recuperare nella memoria solo pensando a loro. Nei viaggi che sogniamo Jacopo e io per andarli di nuovo a trovare.
Buon Natale alle nonne bis, a quelle che ci sono ancora e a quelle che non ci sono più. A quelle musone e a quelle miti, a quelle polemiche e a quelle allegre. Ho ancora le vostre lenzuola nei cassetti, il gusto delle vostre zeppole in bocca, le palline del vostro albero di Natale sul mio.

Buon Natale e buon tempo a venire, mi impegno a viverlo tutto, senza lasciare una sola giornata indietro.

quello a cui non so rinunciare

Standard

Non so rinunciare ai pensieri profondi di un amico che vede nel futuro e che sogna mondi possibili, che con rigore, logica e disciplina cerca di costruirli. Non so rinunciare ad ascoltarlo incantata e ammirata per il suo coraggio, orgogliosa di essere parte della sua vita, grata perché lui fa parte della mia.

Non so rinunciare a osservare i miei ragazzi che vanno nel mondo autonomi e sereni, vederli correre con degli amici con cui condividono giochi, regole, vita quotidiana e progetti, ascoltarli mentre parlano tra loro e si raccontano la giornata.

Non so rinunciare a cercare qualcuno che mi aiuti ogni giorno nel mio lavoro di genitore, che siano amici o parenti, che siano insegnanti o allenatori, che siano i capi dei miei ragazzi. Da soli, Flavio e io, saremmo più spaventati e impauriti, stanchi e incerti, dubitanti e poco creativi.

Non so rinunciare a vivere con gli altri, a invitare a cena degli amici, a parlare con loro del mio lavoro e della mia famiglia, a crescere insieme ad altre famiglie, ad aprire la porta a chi arriva, a vedere altri bambini girare per casa, a riconoscere le felpe e le giacche che una volta mettevano i miei figli indossate da altri.

Non so rinunciare a sentirmi coinvolta e a vivere il contesto intorno a me, a vedere l’arte contemporanea da sola e con i miei ragazzi, a respirare l’aria carica di aspettative e idee di una città viva e in fermento, ad arrabbiarmi per ciò che non mi piace, a parlare con la radio accesa quando ascolto il radio giornale, come faceva mio nonno.

Non so rinunciare a prendermi cura delle mie piante, a essere felice per le loro foglie nuove, a coprirle per l’inverno e salutarle, in attesa della prossima primavera e delle prossime foglie nuove. Non so rinunciare alla meraviglia di una passeggiata nel bosco, allo stupore di fronte ai colori perfetti di una gazza ladra, al rumore delle foglie cadute sotto i miei passi.

Non so rinunciare ad andare avanti, a cercare di non piangermi addosso, a inventarmi modi nuovi per sentirmi realizzata, a chiedere tanto a me stessa e agli altri, a essere rigorosa e intransigente, a essere ottimista, a manifestare quello che penso, a pretendere di essere felice.