servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

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di porte aperte e firme sui gradini

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Puoi chiudere le porte dopo che qualcuno se n’è andato. Puoi lasciare lì dentro gli oggetti a trattenere il dolore, i brutti ricordi e la fatica. Puoi lasciare che la polvere si accumuli sulla memoria, rendendola opaca e ferma, tagliarle le gambe e lasciarla senza fiato. Una memoria che non dice più niente a nessuno, un mausoleo che incute timore e non insegna niente.

Ma puoi scegliere di fare altro.

Dare aria alle stanze, fare uscire i ricordi perché vadano in giro a incontrare la vita che continua. Puoi distribuire gli oggetti, perché ciascuno abbia qualcosa, un segno delle esperienze passate insieme. Puoi aprire le porte, vivere quegli spazi con gli altri, dare voce alle emozioni, alle immagini che tornano alla memoria. Ridere e piangere, sentire la tristezza e continuare ad amare la vita.

In questa casa c’è una porta chiusa, invalicabile. E c’è anche una firma su un gradino di cemento, che d’estate calpesto decine di volte al giorno. E più lo calpesto e più quel nome mi resta dentro e mi parla di cura, di passione, di capacità manuali e di amore.

quella che sono

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– Mamma, ho un regalo per te – mi dice Diego ieri sera mentre sto parlando al telefono e lui era già a dormire. Corre verso la cartella e mi porta un pezzo di carta in cui è stato ritagliato un cuore. E poi torna a dormire. Questa mattina gli chiedo se l’ha fatto lui e mi dice
– No, l’ho trovato per terra, credo l’abbia tagliato Marta. Ma io l’ho visto e volevo regalarlo a te –

Al mattino si alza e prima ancora di aprire gli occhi, mi dice “mamma tu sei bella”, senza vedere la mia faccia addormentata, le occhiaie che non si sono cancellate nonostante il sonno.

Lunedì mi arrabbio con una persona e discuto pesantemente davanti a Jacopo; poi esco di casa e prendo la bici per fare un giro e sfogarmi. Mi arriva un suo messaggio “non preoccuparti mamma, tutto si risolverà, riusciremo a superare i diverbi e le difficoltà. Abbiamo solo bisogno di andare a raccogliere le olive insieme”.

Lunedì sento al telefono un’amica che sta vivendo una prova difficile e mi dice quello che ho pensato tante volte quando qualcosa di troppo grosso mi capitava
– Come faccio a dirlo ai bambini? –

Oggi ho rivisto un video, interviste a genitori di ragazze e ragazzi omosessuali che raccontano quando i loro figli hanno fatto coming out. E mi vengono le lacrime (anche questa volta) a sentire tutto questo amore, semplice, totale, incondizionato.

Perché quando hai dei figli, loro diventano la misura di tutto. Della tua bellezza, che per essere riconosciuta non ha bisogno della vista, basta l’amore viscerale che corre continuamente, inarrestabile tra te e loro e ritorno. Della tua rabbia, che si smonta di fronte a un ragazzo che diventa grande e quando lo abbracci senti che puoi iniziare ad affidarti anche tu a lui, puoi iniziare ad appoggiare alcune delle tue fatiche sulle sue spalle, almeno per un attimo. Del tuo dolore, che cerca di farsi piccolo piccolo nel tuo cuore e nella tua testa per permetterti di accogliere il loro, di contenerlo e proteggerlo. Della tua felicità, che dipende dalla loro e dalla possibilità che hanno di essere quello che sono fino in fondo, senza finzioni, senza vergogne, solo verità e amore.

Quando hai dei figli, non sei più la stessa, mai più. Anche quando sei da sola, anche quando fai qualcosa che non riguarda direttamente loro. Perché sei tu che sei diventata un’altra, è la tua anima che si è aperta e ha generato un’altra persona e non potrai mai più tornare indietro. Fortunatamente.

quello che mi hai dato

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Se penso a ciò che di più importante mi hai dato, la risposta è una famiglia.
Un altro papà a cui voler bene come al mio, ma da poter osservare da una certa distanza. Quella che mi fa notare la debolezza e le paure e anche un po' di egoismo, tralasciando i gesti e le parole che innervosiscono e che troppo spesso mentono.
Un'altra nonna, burbera e accogliente insieme, quotidiana come la mia, morbida nel corpo e rigorosa nell'insegnamento. Con una casa in cui il tempo sembrava fermarsi tra la macchina da cucire e le caramelle nel barattolo.
Due altre sorelle, che sento indispensabili nella mia vita e a volte ingombranti, che fanno scelte diverse dalle mie che devo ogni volta imparare ad accettare e non solo cercare di capire. Una sorella di cui intuisco i pensieri e le fatiche, che mi è indispensabile come l'aria e il sole, che ho promesso a me stessa di non lasciare mai più da sola. Ci abbiamo messo 30 anni a trovare il linguaggio giusto per noi due, ma alla fine ce l'abbiamo fatta e anche questo è in parte merito tuo.
Altri nipoti, bambini che amo come i miei, con totale gratuità, quella dell'educazione che vuole essere strumento per aiutare a crescere e a diventare se stessi. Vederli sereni e naturali a casa mia, a mangiare come a dormire, mi fa capire che l'amore si riconosce anche a pochi mesi di vita.
Un'altra mamma, che come la mia sapeva accogliermi sempre, ascoltarmi, consigliarmi e sgridarmi. Che sapeva insegnarmi a vivere vivendo accanto a me, mostrandomi tutto, anche la fatica, con speranza, ottimismo e amore.
Non sarei la stessa senza averti avuto, mi mancherebbe una parte come da 5 anni mi manchi tu.

i figli sono piante grasse

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I figli sono piante grasse. Per toccarli devi mettere i guanti altrimenti ti ritroverai le mani piene di piccole spine, difficili da vedere, ma che rendono faticoso e doloroso ogni movimento quotidiano.

Hanno bisogno di vasi “giusti”, non troppo stretti, altrimenti non potrebbero crescere, ma neanche troppo larghi perché con uno spazio sconfinato intorno sembreranno sempre piccoli e indifesi. Devi capire tu quando’è il momento giusto per cambiar loro il vaso e di solito devi aspettare che abbiano conquistato ogni centimetro di terra, arrivando a toccare i bordi.

Hanno corpi voluminosi e che si alzano spesso verso l’alto e radici poco profonde, che un giorno potrebbero non essere più sufficienti per tenerli ancorati al terreno. Allora dovrai mettere un bastone di fianco, un palo e un cordino che cerchi di tenerli in piedi attirandoli a sé, capace di contrastare la loro naturale tendenza centrifuga, ma che gli lasci libertà di movimento per crescere nella propria direzione.

Hanno fiori meravigliosi, che ti stupiscono con la loro grazia ed eleganza, che crescono su corpi bitorzoluti e goffi. Li vedi che si preparano per settimane, a volte per mesi, crescendo ogni giorno impercettibilmente. Poi una mattina, uscendo in balcone, li troverai aperti al giorno nuovo, magari un po’ storti dal peso della loro stessa bellezza. È un privilegio uscire in balcone proprio quella mattina, di cui essere consapevoli: tre ore dopo saranno appassiti e ripiegati su loro stessi, per poi seccarsi pian piano, ancora attaccati al corpo informe e spinoso.

Il loro tempo si misura in anni, non in giorni o stagioni. Ti sembreranno inanimati per così tanto tempo che a volte rischierai di dimenticare di bagnarli e di alimentare le loro potenzialità di crescita. Continuerai ad accudirli per abitudine e con quel senso di fiducia e generosità cieco che è tipico di chi non si aspetta nulla in cambio. E loro staranno lì, assorbendo l’acqua e godendo del sole a cui li hai esposti, come se non avessero intenzione di restituire mai nulla. Ma hai presente le piante grasse che si arrampicano sui muri assolati delle case in Liguria? Sono uno spettacolo meraviglioso, come ogni figlio che diventa grande.

continua a farmi innamorare 

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Di te amo la sensibilità, quelle antenne che ti fanno cogliere ciò che accade intorno, che ti rendono così capace di essere emotivamente coinvolto nella vita degli altri.

Amo l’affidabilità, il valore che dai al “meritare fiducia”, il fastidio e disagio che provi quando vieni meno a un impegno che ti sei preso.

Amo la passione per le storie da leggere e quelle da raccontare, per le parole e la lingua, strumenti che ti permettono di condividere il mondo sfaccettato che hai dentro.

Amo lo spirito critico, l’istinto naturale a non accettare regole imposte dall’alto, ma solo quelle che sono entrate dentro di te e che hai condiviso e scelto intimamente.

Amo la sete di giustizia, il bisogno continuo di correttezza che ti fa infiammare, che ti indigna quando non lo vedi in ciò che ti circonda.

Amo te. Quando mi racconti le tue delusioni andando a dormire, quando ti vedo in un cerchio in mezzo ad amici conosciuti da due giorni, quando in macchina scorgo i tuoi occhi lucidi mentre ti aggiorno su come sta una persona che per te conta molto. Quando abbracci nonna Bruna e la guardi negli occhi, mentre lei si perde nel tuo abbraccio, si scioglie nei tuoi occhi in cui vede il passato e il futuro. È questo ciò di cui sei fatto: un passato più lungo dei tuoi 13 anni compiuti oggi, un futuro che spetta a te costruire, con la sensibilità, l’affidabilità, la passione, l’indipendenza e la correttezza che ti rendono meraviglioso come sei. 

Auguri Jacopo, continua a farmi innamorare ogni giorno.

nella mia tasca

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Nella mia tasca ci sono le caramelle che nostra figlia Lucia ha vinto alla festa dell’oratorio e non ha mangiato, ma mi ha chiesto di conservarle, perché sa che i regali e i premi sono cose preziose, che non arrivano tutti i giorni, ma solo dopo l’impegno, la fatica, la perseveranza. E che bisogna imparare ad assaporarle e a godersele piano piano.

Nella mia tasca ci sono i gormiti che nostro figlio Diego prendeva all’ultimo momento in camera prima di andare alla scuola materna, amuleti che sapevano di sicurezza, chiavi magiche che permettevano di attraversare le porte del mondo e di riaprire sempre quella di casa. Adesso non li prende più, perché crescendo ha imparato che la porta di casa è come quelle di sicurezza: basta che ti appoggi alla maniglia e la porta si spalanca, per entrare o per uscire, che il dentro e il fuori hanno senso solo se si sanno parlare.

Nella mia tasca ci sono i biglietti che nostro figlio Jacopo si attacca sulla wii per ricordarsi di comprare il latte, di prendere le chiavi di casa, di comprare il pane. Perché se nella natura degli adolescenti c’è la dimenticanza, in quella dei genitori c’è la perseveranza e l’aiuto a cercare strade per crescere e diventare responsabili. E la disponibilità a offrire sempre un’altra occasione, per fare bene, per imparare, per diventare ragazzi.

Nella mia tasca ci sono i biglietti dei musei e delle mostre visitate tutti insieme in vacanza, adesso che finalmente siamo diventati tutti abbastanza grandi per poter vivere nuove città e immergerci in altre culture. Ci sono i biglietti dei film visti in due, nei cinema dove la programmazione non insegue gli effetti speciali, perché anche nella scelta dei film continuiamo a rimanere due persone che amano la vita quotidiana, senza i lampi e i bagliori di fuochi d’artificio o di guerre e tragedie in corso. Ci sono gli scontrini dei ristoranti, perché mangiare insieme è sempre qualcosa che facciamo volentieri, un linguaggio intimo e personale che racconta la nostra strada, le nostre fatiche e i nostri successi.

Nella mia tasca c’è la tua mano che stringe la mia, che mi da forza e sostegno ogni volta che ne ho bisogno, che mi lascia libera di fare e di sognare, che mi spinge a continuare a camminare. Nella mia tasca c’è la nostra scelta di andare insieme nel mondo, di aprirci agli altri e costruire in due un pezzo di strada. La accarezzo sempre, ogni giorno, quella scelta e sono convinta che sia la cosa più preziosa e forte che io abbia saputo fare. Quella da cui non tornerei mai indietro. Buon anniversario capo.