d’innanzi a voi mi impegno

Standard

Ci sono vestiti che ti stanno addosso per un po’ e in certi periodi sembrano anche donarti molto: perché sei abbronzata, hai i capelli appena tagliati, hai un chilo in più (o in meno) nel punto giusto.

Ci sono abitudini passeggere, che mentre le frequenti sembra non debbano passare mai, fedeli e radicate, ma poi un giorno non te le trovi più intorno e non sai neanche a quale bivio le hai perse per strada.

E poi ci sono loro: quelle parti di te, quei tratti della tua identità che ti sono entrate dentro giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, una goccia di sudore dopo l’altra, un sorriso dopo l’altro. Sono quegli abiti che non puoi togliere, sono la tua stessa pelle. Quella che ti sta sempre a pennello, pallida o abbronzata, cicciota o magra, spettinata e senza trucco.

Ho cantato tempo fa “d’innanzi a voi m’impegno” e quella parola è diventata la mia natura. M’impegno, cioè mi sento coinvolta, nelle cose che faccio, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni, nell’educazione. Mi sento coinvolta e sento di appartenere a questo tempo, questo spazio, questa comunità.

È questo che mi porta un venerdì sera a preparare disegni per le magliette dei bambini, file per le iscrizioni, insalata di pasta. E a tornare a casa il sabato sera, sporca di pittura, stanca nel corpo e nell’anima, spettinata, ricca degli incontri con altre persone che come me si sono impegnate, coinvolte e hanno sentito un forte senso di appartenenza.

So vivere solo così, oltre il buco della serratura, mettendo in acqua la mia canoa e conducendola dove la corrente mi spinge. È così che io sto bene, proprio ora, proprio qui.

Annunci

cerco appartenenza

Standard

C’è chi ha bisogno di avere sempre qualcuno intorno e chi deve sentirsi libero, senza nessuno a cui rendere conto. C’è chi da quando è nato ha avuto l’amica del cuore e il nemico giurato e chi gioca da solo, con l’amico immaginario o con il primo bambino che capita lì vicino, italiano o straniero che sia.

Io ho bisogno di appartenenza. Che non vuol dire stare sempre con il clan, indossare la maglia della squadra del cuore e riempirsi la bocca di slogan, avere una tessera nella tasca dei pantaloni. Vuol dire sentirsi parte di qualcosa, condividere con altre persone un obiettivo, un progetto, un sogno. Vuol dire avere autonomia nei pensieri e nelle azioni perché hai talmente chiaro in mente l’obiettivo che non senti il bisogno di chiedere autorizzazione per ogni gesto, ma senti l’esigenza di condividere e confrontarti con gli altri, verificare insieme ciò che è stato.

L’appartenenza non è uniformità di pensiero, ma un percorso insieme nella diversità, nel rispetto reciproco, nel confronto continuo, nell’onestà di esprimere il proprio parere e gestire il dissenso. L’appartenenza non prevede la finzione, le bugie. Richiede onestà con se stessi prima che con gli altri, trasparenza. L’appartenenza è fatica, la fatica di uscire da sé e incontrare gli altri. Come dice Gaber “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé“.

Ho bisogno di appartenenza nella mia vita, l’ho cercata da sempre: alle superiori, durante le assemblee studentesche e gli scioperi, le occupazioni della scuola e i consigli di istituto; agli scout, nel mio gruppo e nelle strutture; al lavoro, con colleghi e capi; nella scuola dei miei figli, con le maestre, i genitori, dirigenti e personale vario.

La cerco, non sempre la trovo. Ma non riesco a rassegnarmi, non riesco a star bene senza appartenere a qualcosa. Non posso pensare di non lasciare questa eredità ai miei figli, questo bisogno di azioni collettive, di allargare i propri confini oltre il proprio corpo per diventare, insieme ad altri, qualcosa di più grande.