per chi ha ragione (non solo oggi)

Standard

Stamattina entro in panetteria, coi minuti contati perché devo ancora ripassare da casa a stendere il piumone che ho appena lavato e prendere il portatile per andare a lavoro. Ci sono parecchie persone, ma entro e mi infilo di lato. Dopo di me entrano altri, un signore e subito dopo una signora, un altro uomo dopo ancora.
Arriva il mio turno e il signore entrato dopo di me inizia a ordinare il pane, senza accorgersi che mi sta passando davanti. Gli faccio notare che toccava a me e mi risponde che non è vero, c’era lui. La signora entrata dopo di lui conferma la mia versione e lui risponde che non è vero c’era lui. Il signore ancora dopo mi sorride e mi fa segno di stare zitta. Cedo il posto, dicendo che non è rilevante, può anche passare avanti. E li scatta la frase sbagliata al momento sbagliato. La panettiera interviene:

– E dai, oggi è la nostra festa, per oggi abbiamo ragione –
– Passi lei, va bene lo stesso. Oggi è la vostra festa, solo per oggi avete ragione –

Avessi ascoltato la volontà gli avrei mollato un pugno sul naso. Perché l’arroganza non la sopporto mai, mi fa salire il nervoso dentro e mi scioglie la lingua (che già normalmente non è proprio “legata”). La finta cortesia di chi ti fa cadere dall’alto qualcosa che sarebbe tuo di diritto e per giunta lo fa “perché sei una donna” mi fa venir voglia di lasciargli dei segni evidenti del mio disappunto (e della mia ragione) sul muso. Invece ho messo a tacere la voce della “pasionaria” che suona nella mia testa, ho messo da parte la questione di principio perché a discutere con gli stupidi poi non si capisce più chi sia lo stupido, ho ordinato il mio pane, le ciambelle per festeggiare la festa della donna con le colleghe e sono uscita.

Non mi serve la festa della donna per aver ragione e per prendermela, ho l’abitudine di pretenderla ogni giorno, quando ce l’ho. Buona festa alle donne che non aspettano l’8 marzo per pretendere rispetto.

ps. il biglietto lo ha fatto per me la mia famiglia, anzi veramente l’ha fatto Lucia e l’ha firmato da parte di tutti.

Annunci

ruoli, diritti e doveri (e rabbia che cresce)

Standard

Ci sono cose che mi fanno ribollire, innervosire e fanno crescere il mostro della rabbia dentro di me. Una di queste è l’arroganza, soprattutto quando associata ad un potere, grande o piccolo che sia.

Tempo fa ho scritto una mail di protesta ad una persona e a un partito per denunciare un utilizzo scorretto dei miei dati personali, forniti volontariamente al partito ma utilizzati successivamente da questa persona (che fa parte del partito) per scopi commerciali, senza il mio consenso. E non ho ricevuto risposte di alcun genere, né dal diretto interessato né dal partito. La questione è banale, nulla di importante, ma quello che mi urta è questa sciatteria nei rapporti, questa arroganza che fa si che si pensi non sia necessario dare spiegazioni o ascolto a chi pone una domanda, una critica, un suggerimento.

Credo che nasca da un senso distorto di sé, da un rapporto scorretto con ci che è al di fuori di noi, della nostra pelle, dei nostri occhi, delle nostre orecchie. Nasce dal pensiero che quello che facciamo, il ruolo che rivestiamo generi diritti (e a volte privilegi) e non doveri. Il diritto di prendere delle decisioni, di direi dei si e dei no, di affermare con forza e senza contraddittorio il proprio parere su questioni varie. Il diritto di esercitare il potere di un ruolo, sia quello dell’impiegato dietro lo sportello, del politico o amministratore di turno, dell’insegnante o della preside della scuola, del genitore, che rende impermeabile rispetto al mondo esterno. Dimenticandosi che ogni ruolo è tale perché c’è una contro parte che lo giustifica: il cliente che sta dall’altra parte dello sportello, l’elettore o cittadino che felicemente o meno si trova a vivere nel territorio governato da una parte politica, lo studente che occupa il terzo banco a destra, il figlio che abbiamo messo al mondo e che cerchiamo di educare.

Quando si assume un ruolo, quando si entra in un “vestito” bisognerebbe sentire fortemente il senso del dovere, più che chiedere il decalogo dei diritti: il dovere di spiegare le proprie scelte, di rendere il proprio lavoro comprensibile a chi abbiamo davanti, convinti che l’ignoranza voglia dire non sapere qualcosa e quindi è una condizione condivisa da tutto il genere umano, la necessità di condividere il percorso che ha portato a delle decisioni, l’obbligo di rispondere a chi ci ha posto una questione, a chi ha fatto una domanda o una critica.

Le mancate risposte o quelle di chi si toglie dai problemi richiamando le responsabilità di altri o le condizioni contingenti (il partito che ignora la tua protesta, la preside che ti dice che le tariffe della mensa non sono scelte da lei o l’assessore che si appella alla crisi delle risorse per dirti di non lamentarti se per un mese a scuola materna non arriverà una supplente dell’insegnante di tua figlia) sono la dimostrazione di un scarso valore umano, di una povertà personale che nessun titolo potrà colmare. Di un’inadeguatezza grave e colpevole rispetto al ruolo che si ricopre.