tempo

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C’è il tempo delle corse, delle scadenze da rispettare, degli impegni che si accavallano, degli stimoli da inseguire, delle opportunità da cogliere, dei doveri da osservare.

C’è il tempo che non ti lascia tempo, per pensare, ascoltare, progettare, riflettere, scegliere. Che ti travolge con gli eventi.

C’è il tempo che non passa, seduta su una sedia, in una stanza che non conosci, rumori dietro la porta, respiri faticosi dentro la stanza. Odore di vassoi con cibo che si sta raffreddando, sole che filtra dalle finestre, tende raccolte ai lati, spesse, per far arrivare la notte quando sarà il momento. Fuori la collina, ancora verde d’estate, il fiume che scorre, il parco con persone che corrono, bambini, cani. E ciclisti, quelli della domenica o quelli con i vestiti tecnici, con i pantaloncini imbottiti e la maglia traspirante.

Fuori un altro tempo che non passa, nelle case di chi aspetta: di tornare qui, di avere una notizia. Di concedersi il tempo dei ricordi e delle lacrime. Di sapere che il peggio è arrivato e non devi più aspettarlo, ma puoi concederti di viverlo.

È il tempo della quarta storia, di strappare le pagine di questo libro che non riesce a finire e di leggere l’ultima riga.

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i figli sono piante grasse

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I figli sono piante grasse. Per toccarli devi mettere i guanti altrimenti ti ritroverai le mani piene di piccole spine, difficili da vedere, ma che rendono faticoso e doloroso ogni movimento quotidiano.

Hanno bisogno di vasi “giusti”, non troppo stretti, altrimenti non potrebbero crescere, ma neanche troppo larghi perché con uno spazio sconfinato intorno sembreranno sempre piccoli e indifesi. Devi capire tu quando’è il momento giusto per cambiar loro il vaso e di solito devi aspettare che abbiano conquistato ogni centimetro di terra, arrivando a toccare i bordi.

Hanno corpi voluminosi e che si alzano spesso verso l’alto e radici poco profonde, che un giorno potrebbero non essere più sufficienti per tenerli ancorati al terreno. Allora dovrai mettere un bastone di fianco, un palo e un cordino che cerchi di tenerli in piedi attirandoli a sé, capace di contrastare la loro naturale tendenza centrifuga, ma che gli lasci libertà di movimento per crescere nella propria direzione.

Hanno fiori meravigliosi, che ti stupiscono con la loro grazia ed eleganza, che crescono su corpi bitorzoluti e goffi. Li vedi che si preparano per settimane, a volte per mesi, crescendo ogni giorno impercettibilmente. Poi una mattina, uscendo in balcone, li troverai aperti al giorno nuovo, magari un po’ storti dal peso della loro stessa bellezza. È un privilegio uscire in balcone proprio quella mattina, di cui essere consapevoli: tre ore dopo saranno appassiti e ripiegati su loro stessi, per poi seccarsi pian piano, ancora attaccati al corpo informe e spinoso.

Il loro tempo si misura in anni, non in giorni o stagioni. Ti sembreranno inanimati per così tanto tempo che a volte rischierai di dimenticare di bagnarli e di alimentare le loro potenzialità di crescita. Continuerai ad accudirli per abitudine e con quel senso di fiducia e generosità cieco che è tipico di chi non si aspetta nulla in cambio. E loro staranno lì, assorbendo l’acqua e godendo del sole a cui li hai esposti, come se non avessero intenzione di restituire mai nulla. Ma hai presente le piante grasse che si arrampicano sui muri assolati delle case in Liguria? Sono uno spettacolo meraviglioso, come ogni figlio che diventa grande.

babbo natale ha lasciato qualcosa

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Appena uscita da una riunione di scuola elementare chiamo i due figli maschi, soli a casa, per dire che sto arrivando. Risponde il grande e poi si infila la voce del piccolo:

– Mamma, Babbo Natale ha lasciato qualcosa a casa nostra… –

– Davvero? Allora arrivo subito a casa! –

C’è un motivo per cui ogni fine di novembre mi spremo le meningi per inventare un nuovo calendario dell’avvento. C’è un motivo per cui negli anni ho cercato storie di natale e le ho divise in 24 pezzi, ne ho inventate e scritte io, ho cercato poesie e filastrocche che abbiamo attaccato alla porta, ho comprato muschio e stelline argentate per costruire il nostro libro di Natale, ho appeso bustine con i numeri sullo specchio dell’ingresso. Il motivo è quella voce che ha l’urgenza di dirmi che anche quest’anno Babbo Natale è passato da noi. Il motivo è la prontezza con cui questa sera hanno spento la tv per ascoltare come funzionerà il calendario dell’avvento di quest’anno. Il motivo è l’allegria che questo rito crea sempre in casa, la curiosità, il senso di attesa. Che sa di casa, amore e attenzione. Che sa di famiglia, calore e cura. Che sa di aspettative, impazienza e sorpresa.

Quest’anno il nostro calendario dell’avvento ci porterà in giro, per il mondo lontano e per quello vicino. Ci farà scoprire che la casa è il trampolino da cui lanciarsi per andare nel mondo e prendersene cura.

vestiti nuovi per avere super poteri

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Fino a venerdì era un normale bambino di 5 anni e mezzo, un po’ piagnone e spesso mammone. Era capace di fare sceneggiate nel cortile dell’asilo per non essere lasciato coi nonni mezz’ora. Non approfittava della possibilità di stare una settimana al mare a fine ottobre pur di non lasciare genitori e fratelli. Non voleva andare ai giardini, ma tornare subito a casa per giocare con le sue cose. Tutto questo fino a ieri. Finché era vestito normale.

Poi è arrivato finalmente il pomeriggio tanto atteso. Ha infilato una maglietta, una camicia azzurra, pantaloncini blu un po’ abbondanti (e infatti ha passato la metà del tempo a tirarli su in vita), una felpa blu scuro, tutto rigorosamente di seconda o terza mano. E si è avviato tranquillo con le mani in tasca.

È arrivato all’appuntamento, ha iniziato a giocare come se lì in mezzo ci fosse sempre stato, ci ha salutato ed è andato senza di noi, con un capo e gli altri nuovi arrivati verso il parco, dove la colonia dei castorini l’avrebbe accolto. Quando siamo tornati a prenderlo la camicia era fuori dai pantaloni, al collo aveva il quadratino che indica la sua appartenenza al gruppo e si era già fatto due nuovi amici.

L’ultimo della famiglia è entrato nel gruppo scout. Ed è stato un evento atteso per anni, mesi, giorni e ore. Da una settimana faceva il conto alla rovescia e non perdeva occasione per ricordarlo a tutti (al telefono “nonna, non devi dirmi niente di importante? te lo ricordi che sabato inizio gli scout?”). E poi, dopo questo lungo sabato del villaggio, dopo questa attesa che si è goduto fino in fondo, l’attività scout è arrivata. E lui è entrato con la naturalezza di chi entra in casa propria. Di chi va a occupare un posto che è stato pensato proprio per lui.

Come SuperPippo si trasforma dopo aver mangiato una speciale nocciolina americana, così Diego ha abbandonato il ruolo del bambino piccolo una volta messa una camicia azzurra. Perché l’abito non farà il monaco, ma i simboli servono proprio a segnare un passaggio, un cambiamento. Che neanche noi sempre abbiamo il coraggio di vivere fino in fondo. Per quello abbiamo bisogno di un segno, un vestito nuovo che ci autorizzi a essere quello che siamo già diventati.

che cos’è avere dei figli

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Avere dei figli è uno splendido viaggio. Avere dei figli è un’avventura meravigliosa. Avere dei figli è un’esperienza che ti trasforma per sempre.

E avanti così, a frasi fatte e luoghi comuni. E tu, che di figli hai avuto la sfrontatezza di farne tre, non è che non ti ritrovi in queste definizioni. Ma ti rendi conto che c’è qualcosa che stride, qualcosa di non detto che tu senti forte e costantemente presente nella tua avventura meravigliosa, qualcosa che la rende diversa, non completamente coincidente con questa retorica del “miracolo della vita” che sarà anche bello da raccontare, ma a volte lo lasceresti vivere alla vicina di casa novantenne signorina (sarà mica un caso che le “signorine” vivono sempre molto a lungo?).

Avere dei figli è un’immersione. In apnea, ovviamente, che se ci fossero le bombole d’ossigeno sarebbe troppo facile. È una discesa negli abissi del mare, dove puoi vedere meravigliose creature sconosciute, universi inesplorati e ancora primitivi, nel vero senso della parola, quello che ricorda caverne, animali giganteschi, glaciazioni ed eruzioni vulcaniche disastrose, umani che non hanno ancora inventato gli utensili. È un viaggio in cui trattieni il fiato perché non potresti respirare lì in mezzo: non hai tempo, perché ti destreggi tra le necessità impellenti e improcrastinabili di chi ti sta intorno; non hai ossigeno a disposizione, perché non hai libri, film, articoli di giornale, chiacchiere, esperienze che ti riempiano i polmoni di aria fresca. È una traversata ininterrotta o quasi, nella quale il mondo esterno, quello fatto di sole e pioggia, di voci e suoni, di luce e buio, appare lì, vicino e inafferrabile, appena oltre il pelo dell’acqua. E tu che per natura sapresti galleggiare resti impigliato nelle alghe che ti tengono ancorato verso il fondo, con la testa che a volte riesce a uscire da questa bolla liquida.

Sono questi istanti di pausa che ti rendono capace di continuare l’immersione, non solo perché ti fanno prendere di nuovo fiato. Ma perché ti danno la certezza che fuori da questo dentro in cui ti sei infilata da sola, c’è ancora un mondo che va avanti. E prima o poi ricomincerai a frequentarlo anche tu, prima nuotando a pelo dell’acqua, con la testa mezza dentro e mezza fuori. Poi finalmente tornando sulla spiaggia e guardando il mare da lontano. Seduta su una sdraio, oggetto di cui per ora non capisci l’utilità.

amore dimmelo, ovvero: so già, ma aspetto i tuoi tempi

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Quando i ragazzi escono da scuola, prendo la loro cartella e cerco il diario, per vedere se c’è qualche comunicazione. Se trovo un voto o una nota normalmente non dico nulla, aspetto che me lo dicano loro. Perché dare le belle notizie o condividere un successo è un piacere che fa parte della soddisfazione di averlo costruito quel risultato. E dare le brutte notizie è una parte delle responsabilità che ci si deve assumere crescendo.

– Mamma, hai preso la password per accedere al registro elettronico? –

– No, me ne sono dimenticata –

– Vai a prenderla poi? –

– Non so, tanto sei tu che mi dici i voti che prendi o cosa succede a scuola –

– Però io vorrei che tu la prendessi, perché così a fine quadrimestre posso guardare tutti i voti e farmi la media di ciascuna materia per sapere cosa mi metteranno in pagella –

– Va bene, allora andiamo io o papà –

Andrò a prendere la password per il diario elettronico e poi probabilmente la perderò, come perdo quasi tutto, soprattutto le cose che so essere importanti per il mondo, ma che dal mio punto di vista sono poco rilevanti. Andrò a prendere la password e poi chi consulterà il registro elettronico sarà Jacopo, per le sue fisse da nerd delle medie matematiche (le stesse che aveva suo padre, che utilizzava una pagina della smemoranda per lo stesso scopo). E fuori da scuola sentirò genitori che dicono di averlo appena consultato e aver visto che il proprio figlio ha tre + e un’annotazione (e come devi considerare i +? quale valore decimale hanno? servirebbe almeno un libretto di istruzioni per il registro elettronico).

O forse mi capiterà anche di vedere i voti di mio figlio sul registro elettronico, ma poi aspetterò. Che sia lui a dirmeli. Perché il mestiere dei genitori non è sapere tutto dei figli, ma lasciare il tempo perché siano i figli a dir loro le cose importanti della propria vita. “Amore dimmelo” è un bellissimo video, che parla di genitori e figli, di amore e di bisogno di dirsi le cose, di condividere la vita. Di genitori che sanno già, ma aspettano e in cuor loro pensano: amore dimmelo.

una giornata a suo modo proficua

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C’è un uomo che dorme sulla sedia appoggiato al muro. Ha un cappotto addosso, il cappello, i piedi abbandonati come chi non si è assopito solo un momento, ma sta proprio dormendo, senza alcun obiettivo di essere vigile. Il mattino dopo alle 11 passate, è ancora lì, sveglio o quasi, sempre nella stessa sedia accanto al muro e poi sparisce, senza che io me ne accorga.

C’è una donna che arriva con un bambino, di 6 o 7 anni. Si siedono in sala d’attesa e parlano insieme, in una lingua che non capisco. Da come sono vestiti deduco che sono rom. Poi li rincontro davanti alla sala in cui si fa la risonanza magnetica. L’infermiere si rivolge alla donna, ma lei lo guarda senza aprire bocca. Allora interviene il bambino, per spiegare che la mamma non capisce l’italiano. Lui è lì a fare l’interprete e passerà tutto il giorno in ospedale, li vedrò uscire alle 18.

C’è un uomo che si piega per il dolore nei corridoi di notte e aspetta il suo turno in silenzio. C’è una coppia di anziani, lui in barella con il cappellino di lana in testa, lei seduta su una sedia di fianco che si lima le unghie e parla di quanto tempo ci hanno messo ad arrivare fin lì, poco, quindi non ha usato tanta benzina chi li ha accompagnati.

C’è una ragazza di 15-16 anni che arriva a fare la tac con la madre e il tecnico le dice che deve farle delle domande, se può fargliele davanti alla mamma. La ragazza risponde di si e lui le chiede se è incinta. In effetti, se a 15 anni fossi incinta, non sceglieresti l’ospedale per dirlo a tua mamma.

Ci sono le guardie che sorvegliano chi entra e sta nei corridoi e la ragazza che fa le pulizie con il cerchietto con babbo natale sulla testa. Ci sono i cartelli solo in italiano e mi chiedo come fai se non parli quella lingua a capire se il percorso giallo ti porterà in sala visite di chirurgia o a fare i raggi.

C’è un ragazzo che gira per le stanze in reparto cercando compagni per vedere un film quella sera ed entra nella stanza di una ragazza, fa tutto lo spiegone e poi lei risponde in inglese: non parla l’italiano, niente da fare.

Una giornata proficua, per conoscere meglio il mondo intorno.