vado forte

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Da quattro anni sono entrata nel magico mondo della palestra. In versione soft e decisamente poco modaiola, perché le lezioni per strada con musica, movimenti coordinati e sorrisi di plastica non mi si addicono molto. Anche in versione poco chiacchierona, perché in fondo resto sempre una timida e pure un po’ stronza, quindi quei quarti d’ora di assenza in cui sento solo la fatica del mio corpo sono qualcosa che non mi infastidisce per niente.

Ho un’insegnante invidiabile, da tutti i punti di vista: perché è una donna bella, intelligente, capace di fare movimenti armonici, eleganti e al tempo stesso di una potenza incredibile. Porta avanti un gruppo misto di età e capacità con fermezza e rigore, spingendo ciascuna a fare un po’ di più, a credere che possiamo migliorare. E io ci provo a crederlo, ma quando mi trovo ingarbugliata nel tessuto come se fossi un salame anziché riuscire a fare la posizione del giaguaro, penso che in fondo lei mi tiene nel corso come mascotte, esempio di come tutti possano provarci (non riuscirci). E mentre sei lì, in uno sforzo sovraumano per capire cosa devi fare e farlo meno peggio di come ti verrebbe naturale, quando la senti che si avvicina ti dici “ecco, sto sbagliando”.

Ieri eravamo lì, gambe appese al tessuto e culo per terra, a fare addominali e lei ha iniziato a passeggiare tra una e l’altra. Ho imparato, non solo in palestra, che la miglior tattica è ammettere subito le proprie debolezze perché in qualche modo dispone l’altro (e spero sempre anche me stessa) in un atteggiamento comprensivo e accomodante. E così quando si è fermata di fianco a me le ho subito chiesto se sbagliavo a far l’esercizio, perché lei aveva detto di tirare su braccia, testa e spalle e io andavo oltre.

– No va benissimo, stavo appunto notando che con gli addominali vai forte –

Ho finito la mia lezione con somma gioia, un briciolo di autostima in più e pensando che l’indomani mattina avrei pagato l’esuberanza dell’addominale, non riuscendo neanche a piegarmi per allacciare le scarpe. E invece tutto tace intorno all’ombelico e io mi godo quel silenzio.

ci vorrebbe un corso

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Settembre è il mese dei corsi, delle iscrizioni, della scelta tra i balli di gruppo, gli scacchi e la lotta greco romana. È il mese dei buoni propositi e dei progetti, è l’ultima frazione della staffetta che ti porterà alla fine dell’anno. Con la differenza, sostanziale, che hai percorso tutte le frazioni da solo e adesso ti tocca lo sprint finale per arrivare al traguardo della fine dell’anno.

Io avrei bisogno di un corso che probabilmente non c’è e che non so come dovrebbe essere strutturato, ma so molte altre cose a proposito. Si chiamerebbe “corso di auto consapevolezza ed equilibrio per donne nel mezzo del cammin della loro vita” e avrebbe materie quali: fondamenti di autostima in assenza di dimostrazioni esplicite di apprezzamento, grazie al quale poter camminare serene per la strada imboccata senza chiedersi sempre se in fondo non stiamo sbagliando tutto; complementi di autoassoluzione, che insegna a padroneggiare strumenti e mezzi per perdonarsi dimenticanze e piccoli errori, sviste lievi che di solito le allieve interpretano come segnali di una crisi profonda e radicata, di quella parabola discendente che stanno compiendo a passi da gigante; teoria e tecnica dell’accettazione della propria normalità, per capire che i super poteri non sono qualcosa di umanamente raggiungibile, neanche per una donna, neanche per una plurimamma; ginnastica posturale, per imparare a tenere la schiena dritta e le spalle ben aperte in modo che il mondo che abbiamo lasciato si appoggiasse sopra di noi con la sua zavorra che pesa più di un elefante indiano obeso, riesca a scivolare e schiantarsi per terra.

Come uscirebbero le allieve alla fine del corso? Apparentemente uguali a come sono entrate. Imperfette, distratte e con la sindrome da accudimento verso ogni vivente e non vivente graviti attorno a loro. Ma più magnanime con loro stesse, più capaci di vedere quali sono i loro talenti e le loro capacità, di perdonarsi e di accettare gli errori senza viverli come fallimenti e peccati originali da cui non si purificheranno mai. Finiranno il corso e forse sapranno guardare con maggior serenità e rispetto il loro lavoro di cui ancora non capiscono il capo e la coda, quell’impegno talmente flessibile e mutevole che non sempre riescono a considerarlo una professione, con una dignità e un suo ruolo sociale.

Inizio a pensare che verrei bocciata.

vestiti nuovi per avere super poteri

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Fino a venerdì era un normale bambino di 5 anni e mezzo, un po’ piagnone e spesso mammone. Era capace di fare sceneggiate nel cortile dell’asilo per non essere lasciato coi nonni mezz’ora. Non approfittava della possibilità di stare una settimana al mare a fine ottobre pur di non lasciare genitori e fratelli. Non voleva andare ai giardini, ma tornare subito a casa per giocare con le sue cose. Tutto questo fino a ieri. Finché era vestito normale.

Poi è arrivato finalmente il pomeriggio tanto atteso. Ha infilato una maglietta, una camicia azzurra, pantaloncini blu un po’ abbondanti (e infatti ha passato la metà del tempo a tirarli su in vita), una felpa blu scuro, tutto rigorosamente di seconda o terza mano. E si è avviato tranquillo con le mani in tasca.

È arrivato all’appuntamento, ha iniziato a giocare come se lì in mezzo ci fosse sempre stato, ci ha salutato ed è andato senza di noi, con un capo e gli altri nuovi arrivati verso il parco, dove la colonia dei castorini l’avrebbe accolto. Quando siamo tornati a prenderlo la camicia era fuori dai pantaloni, al collo aveva il quadratino che indica la sua appartenenza al gruppo e si era già fatto due nuovi amici.

L’ultimo della famiglia è entrato nel gruppo scout. Ed è stato un evento atteso per anni, mesi, giorni e ore. Da una settimana faceva il conto alla rovescia e non perdeva occasione per ricordarlo a tutti (al telefono “nonna, non devi dirmi niente di importante? te lo ricordi che sabato inizio gli scout?”). E poi, dopo questo lungo sabato del villaggio, dopo questa attesa che si è goduto fino in fondo, l’attività scout è arrivata. E lui è entrato con la naturalezza di chi entra in casa propria. Di chi va a occupare un posto che è stato pensato proprio per lui.

Come SuperPippo si trasforma dopo aver mangiato una speciale nocciolina americana, così Diego ha abbandonato il ruolo del bambino piccolo una volta messa una camicia azzurra. Perché l’abito non farà il monaco, ma i simboli servono proprio a segnare un passaggio, un cambiamento. Che neanche noi sempre abbiamo il coraggio di vivere fino in fondo. Per quello abbiamo bisogno di un segno, un vestito nuovo che ci autorizzi a essere quello che siamo già diventati.

ci sono donne

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Ci sono donne da smalto sulle unghie, quelle che hanno mani perfettamente curate con lo smalto abbinato al trucco, al vestito, alla borsa, alle scarpe, alla macchina e in alcuni casi anche al golfino della figlia (rigorosamente con capelli lisci, cascate e cerchietto).

Ci sono case in cui regna l’armonia e l’ordine, pavimenti degni di una sala operatoria, piani cucina scintillanti, profumo di fiori e contemporaneamente pietanze pronte per cene equilibrate, sane e gustose.

Ci sono bambine che alle 8,20 del mattino davanti a scuola hanno la treccia lavorata laterale, con tutti i capelli che seguono un’unica direzione, ordinati e disciplinati, legati al fondo da un elastico perfetto che fa pendant con le all star.

E poi ci siamo noi.

Io col mio smalto mezzo tolto e mezzo no, perché non solo non sono capace di metterlo bene e mi ritrovo la punta delle dita viola; dopo tutta la fatica che ho fatto il giorno dopo l’infame si scalfisce a centro unghia o si ritira come se avessi grattato la carta vetro per tutto il giorno. Ho provato di tutto, dal metterne due mani (e ho l’effetto pongo perché non lo faccio asciugare abbastanza) a mettere le mani nell’acqua fredda per fissarlo (“mamma fai così, funziona. Me lo ha detto Irene” – mi dice Lucia citando l’amica di 10 anni con cui in campeggio si è messa lo smalto rosa shocking).

La mia casa, con il pavimento che conserva ricordi del passato, soprattutto sotto il divano, dove puoi trovare polvere, fazzoletti sporchi, gormiti e calzini spaiati. Le pentole che si divertono a versare l’acqua solo quando il piano cottura è pulito (non scintillante, perché io gli aloni proprio non li so togliere). Il profumo degli hamburger che trova la sua strada naturale verso le camere da letto, nonostante io abbia cucinato con la ventola che portava via e la porta del balcone spalancata.

Mia figlia, con la riga in testa più storta della storia, ingorghi di capelli che cercano di essere contenuti in un elastico colorato con fili bianchi che si staccano di lato e che probabilmente a fine giornata non sarà più in grado di contenere nulla.

Ci sono donne, case, bambine così, ne ho viste in giro. E sto cercando di eliminarle.

fuori classifica 

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Che mio marito non fosse un dispensatore di gentilezze e complimenti l’ho sempre saputo, anche prima di sceglierlo come compagno d’avventura. E se nonostante questa caratteristica l’ho scelto, è perché in fondo se pur parco di parole esplicite, è sempre stato originale e divertente nei suoi apprezzamenti. Il migliore è da sempre definirmi “fuori classifica” quando gli chiedo se non preferirebbe un’altra moglie. Sono fuori classifica nel senso che non c’è alcun bisogno di cercare altre o altro e che non sono messa in gara con nessuno. E io questo fuori classifica non sono ancora riuscita a metterlo in pratica.

Con me stessa, perché vivo una competizione interna con tutti quelli che vedo, qualsiasi ruolo rivestano. E quindi nella classifica delle madri sono sempre piuttosto verso il fondo, con ampi margini di miglioramento che non riesco mai a percorrere. Nella classifica delle amiche sto sempre nelle retrovie, mai perfettamente integrata e opportuna, con l’impressione costante di essere un po’ sopportata più che “amata”.

Stesso discorso vale per i miei figli, che confronto sempre con gli altri bambini e trovo spesso più capricciosi, prepotenti, musoni, poco affettuosi, richiedenti. Invece dovrei considerarli fuori classifica, perché nessuno potrà mai essere (per me) più di loro.

i sogni son desideri

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Tu ti impegni dall’adolescenza ad accettare che non rientri esattamente nei canoni di bellezza femminile universalmente accettati, con alti e bassi, periodi in cui pensi che in fin dei conti hai il tuo perché e periodi in cui pensi che l’autoironia sia il miglior modo per sgombrare il campo dall’imbarazzo di apprezzamenti che non arriveranno.
Impari a puntare sul contenuto e a valorizzare quello che del contenitore è apprezzabile, utilizzando le strategie che conosci per avere forme femminili se non proprio da maggiorata. Scegli da sempre compagni più interessati a quello che dici che a come sei esteriormente e trovi un certo equilibrio, una sorta di accettazione di ciò di cui la natura ti ha dotato e di ciò di cui non ti ha dotato.

E poi arriva un maschio, di 4 anni, che di fronte a un cartonato di una prosperosa signorina che pubblicizza biancheria intima, si ferma estasiato, l’accarezza e poi ti dice “io vorrei una mamma così”.

Vabbè, caro Diego, non si può avere tutto dalla vita.