il diritto di essere loro

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I bambini hanno diritto di sbagliare: i compiti, il tiro libero a basket, la verifica di geografia, il modo di reagire nella discussione con l’amico. Domenica sera ho controllato i compiti di Diego, seconda elementare, e ho trovato un errore nell’interpretazione di una domanda. Gliel’ho fatto notare, gli ho spiegato perché aveva sbagliato e lui mi ha risposto “ho capito, però non lo correggo. Lo corregge la maestra” e ha ragione, che se gli errori si correggono sempre in anticipo non serviranno mai a farci imparare qualcosa.

I bambini hanno diritto di cambiare, di diventare diversi da com’erano ieri e hanno diritto che chi gli sta di fianco veda questo cambiamento. “Sei sempre in ritardo! Non metti mai a posto le tue cose! Fai sempre i capricci!”: dico ogni giorno frasi di questo genere e non vedo quanto loro non siano così appiattiti come le mie parole li dipingono. A volte perdono tempo al mattino vestendosi, ma altre volte sono precisi e puntualissimi; spesso i loro quaderni restano per giorni interi sul tavolo del soggiorno, ma molte altre volte si sforzano di ricordarsi di metterli a posto; ci sono i momenti in cui fanno i capricci come se avessero due anni e quelli in cui si dimostrano maturi e comprensivi, anche se le cose non vanno come loro avrebbero voluto.

I bambini hanno diritto di avere delle aspettative: le loro sul mondo e quelle che gli altri hanno su di loro. Non viviamo soli e isolati nell’universo e ciò che succede intorno a noi ci riguarda e ci influenza, cambia la nostra quotidianità e il nostro modo di essere, di bambini e di adulti. Avere (e ammetterlo) delle aspettative sugli altri è normale e sano, perché vuol dire mettersi in relazione. Avere delle aspettative sui bambini vuol dire dare valore al loro essere nel nostro mondo, considerarli persone che hanno un ruolo nella nostra vita, una responsabilità. E si cresce solo se qualcuno ci da delle responsabilità, commisurate alle nostre possibilità, ma reali, non tanto per farci sentire importanti.

I bambini hanno diritto di chiedere scusa e di avere qualcuno a cui chiederlo: perché vuol dire che dopo il loro errore quella persona è ancora lì, non ha chiuso la porta, non li ha lasciati soli nello sbaglio. È ancora lì per aspettare che si accorgano dell’errore e che trovino il coraggio e le parole per ammetterlo, ascoltare e forse accettare le loro scuse, ascoltare la loro consapevolezza. Hanno diritto che dopo lo sbaglio ci sia ancora un adulto che gli dica che loro non sono il loro errore e che possono continuare a camminare, correggendo ciò che non è stato fatto bene, imparando da entrambe le esperienze: dallo sbagliare e dal chiedere scusa.

I bambini hanno diritto di camminare da soli, ma di crescere in una comunità: che è una famiglia piuttosto larga, fatta di amici, compagni di classe, fratelli e sorelle maggiori e minori, anziani, adulti e bambini, insegnanti, allenatori, educatori, compagnie che sanno essere buone o cattive a seconda dei momenti, genitori biologici e acquisiti.

I bambini e i ragazzi hanno diritto di essere amati e ascoltati, accompagnati e accolti. Di essere pensati nelle nostre giornate e nei nostri progetti, di avere il loro spazio come persone e non solo quello riservato a loro come nostri figli. Hanno diritto di essere loro e non solo nostri.

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incroci di s(S)torie

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– Mamma, lo sai che Lucy, l’australopiteco l’hanno scoperto nel 1974 e la mia maestra aveva 12 anni, come Jacopo, e si ricorda ancora quando hanno dato la notizia – mi dice Lucia l’altro giorno a cena.

– Quando c’è stato l’incidente di Chernobyl ero andata a far la spesa e gli scaffali del supermercato erano vuoti. Non avevo comprato il latte perché pensavo che magari serviva a qualche bambino e noi potevamo farne a meno -racconta la nonna a Jacopo.
– Ma dai, è esagerato – risponde lui scandalizzato.
– È vero, ma quando noi eravamo piccoli c’era proprio questo clima, come se la guerra fosse qualcosa che poteva capitare da un momento all’altro. – intervengo.

Quando sei piccolo un sacco di cose sembravano diverse, un sacco di eventi ti rimangono in mente e li ricorderai per sempre.

Chernobyl era la maestra che mi faceva lavare la mela venti volte prima di farmela mangiare con la buccia. L’etanolo nel vino (oggi ho sentito che sono passati 30 anni dallo scandalo del vino addizionato) era qualcosa su cui mio nonno e mio papà si prendevano in giro ai pranzi di famiglia, chiedendosi se l’uno avesse “corretto” il vino dell’altro. La mucillagine nell’Adriatico della fine degli anni 80 per me in realtà era la “maciullaggine” come l’ha sempre chiamata mia nonna con le sue amiche del parco. Il golpe di agosto in Unione Sovietica erano i preparativi per andare tutti alla manifestazione che poi si sono conclusi con una cena di amici a casa di mamma e papà con un dolce francese imparato a fare nel soggiorno dalla famiglia Pontoise. L’attentato alle Torri Gemelle è una cena alla Festa dell’Unità, in un clima irreale, come congelato.

Quali eventi resteranno nella memoria dei miei ragazzi? Forse le Olimpiadi del 2012, quando Diego aspettava l’inno per andare a dormire. O gli Europei del 2012, quando al mare con gli amici sentivamo i vicini di casa tedeschi esultare. Oppure l’attentato di Parigi alla redazione di Charlie Ebdo, per cui siamo andati alla manifestazione in piazza coi cartelli con su scritto “io sono Charlie”.

La Storia, quella con la S maiuscola, quella che si racconterà sui libri o si ricorderà nei tg, passa di fianco alla nostra storia, quella più dettagliata, meno interessante per molti, più memorabile per ciascuno di noi. E ci sono dei punti in cui si incontra, dei momenti che resteranno indelebili nella memoria di ciascuno di noi.

 

i bambini (non) vanno protetti

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I bambini vanno protetti. Si, ma da cosa?

Non vanno protetti dai colpi d’aria perché se si ammalano per aver corso in cortile e aver sudato il loro sistema immunitario, che nella maggior parte dei casi fortunatamente è ben funzionante sin dalla nascita, reagirà e combatterà quelle che sono minacce per l’organismo. Perché quando sono malati imparano ad ascoltare i segnali del loro corpo, ad accettare che non sono dei super eroi.

Non vanno protetti dai graffi sulle ginocchia o dai lividi sui gomiti. Perché nelle cadute sperimentano che il mondo ha degli ostacoli, che devono diventare competenti per superarli, che le azioni hanno conseguenze, talvolta dolorose e che lasciano dei segni. Che non si muore per un graffio, ma senza si stava meglio. Che i lividi fanno male, ma stare seduti sul divano per evitare di cadere è molto noioso.

Non vanno protetti dalle liti, dalle delusioni, dalla fatica. Perché in queste occasioni impareranno che la vita richiede capacità di negoziazione: con gli altri, coi nostri sogni, con la nostra capacità di resistenza. E che dalle liti nascono amicizie, dalle delusioni sogni più giusti per ciascuno di noi, dalla fatica grandi risultati.

Vanno protetti da noi adulti.

Dalla nostra immaturità che ci fa fare un passo avanti e due indietro nell’educazione: togliamo il ciuccio, ma poi lo portiamo in borsa così glielo potremo dare se faranno i capricci; regaliamo lo smart phone a Natale, ma poi andiamo di nascosto a leggere le chat di whats app. Diamo autonomia, ma poi la togliamo al primo ostacolo perché costruire l’autonomia di un bambino è un percorso lungo, a volte faticoso, fatto di errori e cadute. Che richiede tempo e impegno.

Vanno protetti dalle nostre aspettative, nel bene e nel male, che ci portano a fargli fare una strada che tracciamo noi, costruita su ciò che crediamo sarà giusto per loro e non sui loro reali desideri, aspirazioni, bisogni. Allora li sfiniremo di allenamenti intensivi di sci o di esercitazioni al pianoforte perché li vorremmo novelli Tomba o concertisti della Scala. Oppure gli impediremo di giocare a basket, convinti che non sono portati e che quindi provare non vale la pena.

Vanno protetti dalla nostra ansia di offrire loro possibilità. E quindi come palline del flipper impazzite correremo da un lato all’altro della città per non fargli perdere nessun corso o torneo o workshop. E nella corsa ci dimenticheremo di chiedere a loro cosa vorrebbero fare o semplicemente come si sentono.

Vanno protetti dal nostro bisogno di accudirli, di prenderci cura di loro, di garantire la nostra presenza in ogni momento. Perché la loro dipendenza, i loro capricci quando ce ne andiamo, il loro “non sentirsi pronti per star lontani da noi” diventano la misura del nostro valore, del nostro impegno profuso per loro, della nostra identità. Non sappiamo lasciarli andare perché senza di loro non sappiamo chi siamo, perché il loro attaccamento ci dimostra che siamo importanti per qualcuno e sfruttiamo la dipendenza per darci una forma e non indagare sul nostro contenuto.

I bambini non vanno protetti, vanno rispettati. Perché sono persone, non i nostri pupazzi. Perché siamo solo i loro genitori (o insegnanti o educatori o allenatori), non siamo loro stessi.