quello che ci è permesso di essere

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“La gente vuole questo”, “i ragazzi di oggi la pensano così”, “i film, i libri, la tv parlano di certi argomenti perché quello interessa alle persone”. Lo sentiamo dire mille volte, in mille ambiti diversi. Lo pensiamo anche noi quando cuciniamo solo pasta al pesto e carne impanata perché i nostri figli mangiano quello. Quando andiamo in vacanza sempre nella stessa spiaggia con gli ombrelloni a 20 cm l’uno dall’altro e i videogiochi nel bar perché i nostri figli vogliono stare sempre lì e siamo a Loano, ma potremmo essere a Ibiza o in Salento e per noi non cambierebbe niente perché vediamo sempre lo stesso metro quadro di sabbia.

Ognuno di noi è quello che gli viene permesso di essere. Guarda alla tv ciò che gli viene proposto, frequenta alla domenica i centri commerciali perché non ha alcun luogo di aggregazione, cucina sempre le stesse cose perché è convinto che accudire sia sinonimo di accontentare. Oggi sono andata a trovare un gruppo di bambini di 9 anni con cui ho fatto un percorso per un paio di mesi e che non rivedevo da tre settimane. E li ho trovati chiassosi, caricati come se avessero una molla dietro la schiena, incapaci di stare ad ascoltarsi e di esprimere il loro pensiero. In un’ora di incontro a metà hanno chiesto di andare in bagno e se chiedi di andare in bagno è perché fare la pipì è la cosa più interessante di quello che stai vivendo.

Ci lamentiamo dei ragazzi, dei bambini, dei figli, ma in fondo quello che loro sono è quello che gli permettiamo di essere. Se sono disinteressati al mondo è perché non gliene parliamo mai, non glielo facciamo mai incontrare. Se non leggono è perché non vedono mai libri in casa, non ci sentono mai parlare di un romanzo che ci è piaciuto, non frequentiamo con loro (e da soli) librerie o biblioteche. Se non si interessano alla musica, all’arte, alla cultura è perché non la conoscono, non li portiamo a visitare nuove città e paesi, non li portiamo a vedere mostre e concerti. Se sono inappetenti e mangiano solo poche cose è perché non abbiamo mai fatto scoprire loro i gusti diversi, il mondo che un piatto si porta dietro, fatto di cultura, tradizioni, altre abitudini. Se sono irresponsabili ed egoisti è perché non abbiamo dato loro fiducia dandogli un ruolo nella vita della famiglia, permettendogli anche di sbagliare e di fare a modo loro.

Ci va molta forza per essere diverso da quello che ti permettono di essere, per trovare gli stimoli di cui hai bisogno per nutrire il tuo spirito e il tuo corpo, la tua intelligenza e la tua volontà. Troppa forza per queste bambine e bambini, ragazze e ragazzi, giovani donne e giovani uomini che hanno trovato sulla loro strada degli adulti che li fanno vivere in un mondo che non da spunti per trovare le risposte ai loro bisogni. Degli adulti che assecondano i capricci, per non interrogarsi sul senso del proprio educare. Che non insegnano nulla, se non a sopravvivere.

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dove porre l’asticella?

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Ognuno di noi è diverso, come persona e quindi come genitore ed educatore (perché quello diventiamo automaticamente, competenti o meno, quando mettiamo al mondo un figlio). C’è chi centellina le esperienze e i rischi, convinto che ogni cosa vada dosata e offerta premasticata ai pargoli, e chi taglia buchi nel ghiaccio per buttarci dentro la prole, in un bagno gelido e tonificante che rende forte (o ammazza).

E in questo panorama di ragazzi diversi e di metodi educativi molto distanti tra loro, il resto del mondo che si relazione coi nostri figli deve decidere dove porre l’asticella della propria offerta.

Ho sentito genitori di ragazzi di prima media sdegnati perché i professori li hanno lasciati in giro da soli per un’ora a Rapallo  (“hanno avuto un bel coraggio”, mi dicono mentre aspettiamo il pullman, “si, in effetti è vero, sono contenta che siano così coraggiosi” rispondo con la voce rotta dall’ammirazione per questi educatori, “e se un ragazzo entrava in un sexy shop e chiamavano i carabinieri, di chi era la colpa?”, dice la mamma, preoccupata forse perché consapevole che a Rapallo la percentuale di sexy shop sia ampiamente superiore alla media).

Ho sentito catechiste sostenere di aver difficoltà a far fare esperienze di volontariato ai ragazzi di 11 anni perché non tutte le famiglie vogliono che il catechismo sia occasione di incontro con gli altri e di esperienze di vita comune, ma semplicemente pretendono che i figli imparino delle cose per fare la comunione o la cresima. Come una raccolta punti di quelle del supermercato, come la poesia (o la preghiera) da imparare a memoria e recitare a pappagallo, anziché un’esperienza che li faccia crescere e interrogarsi su cosa vogliono essere, quali valori sono importanti nella loro vita.

Ho sentito genitori lamentarsi per i 3 allenamenti settimanali di basket, perché i ragazzi non avrebbero tempo per fare i compiti e sarebbero troppo impegnati, chiedere di spostare i giorni, gli orari, di abbassare la richiesta da fare ai loro figli.

È sempre una questione di equilibrio, di altezza alla quale mettere l’asticella della propria proposta. È sempre una questione di dialogo, tra l’affermazione dell’obiettivo di un’offerta educativa e le abitudini degli utenti. Non le loro esigenze. Perché se penso alle esigenze dei ragazzi del 2015, di quelli che hanno 5-6-7-8-9-10-11 anni (e ne conosco tanti, ne vedo passare molti nella mia vita quotidiana), ai loro bisogni inespressi  trovo l’autonomia, il senso di responsabilità, la capacità di progettare e di progettarsi, la gestione del tempo, la curiosità e l’ascolto di ciò che è fuori da loro. Il mettersi alla prova per scavalcare un’asticella posta sufficientemente in alto per farli crescere, per sfidarli, per farli diventare il meglio di quello che possono essere. Perché se restano in un nido fatto di abitudine e inerzia, se incontrano insegnanti, catechisti, allenatori ed educatori che non gli offrono più di quello a cui sono abituati, cresceranno come una foglia accartocciata su se stessa, priva di acqua e di luce.

È faticoso mettere l’asticella un po’ più in alto, perché vuol dire avere un sogno, un progetto, un obiettivo e chiarirselo bene in mente. Vuol dire accettare che non a tutti andrà bene la nostra proposta e che qualcuno farà un’altra scelta. Ma avrà scelto e questo, per chi fa l’educatore di mestiere o come volontario, è un obiettivo raggiunto. Anzi l’obiettivo.

ho bisogno

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Ho bisogno di correre fino a non avere fiato per lasciarmi alle spalle i pensieri e le ansie che mi precedono, che preparano con premura la mia strada. Ho bisogno di gridare per dare voce ai nodi che vivono nella mia pancia, ai pesi che soffocano la capacità di progettare e vedere rosa. Ho bisogno di una coppa di marron glacé con la panna montata in cui affogare per trovare la dolcezza che non trovo in me, per contrastare quel senso di amaro che mi rimane troppo spesso tra i denti. Ho bisogno di una sera intera per chiacchierare con la mia amica, per lasciare aperti i cuori e dirci tutto quello che ci dobbiamo dire, perché il mio di cuore ci mette troppo a parlare e una telefonata non basta ad aggiornarla. Ho bisogno di una vacanza con mio marito, in cui perderci tra strada sconosciute, riposarci e stancarci, stare in silenzio, ma con le mani intrecciate, ho bisogno di addormentarmi con lui e percepire che anche il sonno è vita, come dice Gaber. Ho bisogno di non sognare, perché nei sogni escono le paure e io le conosco già troppo bene, non mi serve che si facciano vedere in tutta la loro verosimiglianza. Ho bisogno di avere spazio mentale per dedicarmi agli altri, per essere solidale e non sentire la ferita del mio silenzio rispetto alle tante ingiustizie che vedo intorno bruciare sulla mia pelle. Ho bisogno di un taglio di capelli e di un guardaroba che mi faccia sentire bella quando mi guardo allo specchio la mattina, perché forse se mi sentissi “ordinata” fuori, potrei fingere di esserlo dentro.

Ho bisogno di tutto questo. Oppure do via libera alla mia vera natura: io sono di un’altra razza, son bombarola.