appunti sparsi dell’estate

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Le giornate estive fanno cambiare la prospettiva a tutti. Non importa se ogni mattina continui ad andare a lavoro alla stessa ora e torni sempre alla stessa ora a casa. Sarà il caldo, i ritmi diversi della famiglia (basta che i ragazzi non vadano più a scuola che la routine quotidiana di tutti noi subisce delle variazioni), le sere fuori, la quantità maggiore di gelato introdotto nel tuo corpo, le gambe scoperte e lo smalto sulle unghie. Saranno tutte queste cose, ma d’estate le cose cambiano e si colgono sfumature impreviste.

Si (ri)scopre, per esempio, che il camp di basket – frequentato solo da maschi, a parte quella santa e, probabilmente autolesionista, dell’allenatrice – è un luogo di bassissimo livello. Non dico culturale, parlo proprio di evoluzione del genere umano: bambini e adolescenti gocciolanti di sudore si scambiano manate addosso nel tipico “schiaffo del soldato” e si dedicano reciprocamente canestri rocamboleschi. Aspettano tutti con ansia il venerdì pomeriggio, momento delle premiazioni delle sfide della settimana (3 contro 3, 2 contro 2, 1 contro 1), per poi vincere magliette di taglie e colori improbabili di circoscrizioni che esistevano 15 anni fa. Questo tecnicamente vuol dire che la società ha pulito le cantine, ma non importa: il trofeo ha un valore percepito ben più grande di quello reale.

Si abbandona l’idea che ogni 15enne mangi come una fogna (cioè come tuo figlio grande e quegli amici che frequentano casa nostra) quando a un camp con 21 adolescenti si trovano ragazze e ragazzi (più di uno) che sono capaci di nutrirsi solo di pane e acqua per più di un pasto consecutivo. E non perché il menù prevedesse barbabietole, lumache e fegato alla veneziana, ma semplicissima pasta al sugo, zucchine, insalata, pomodori, pizza. Quando chiedi loro cosa mangiano ti rispondono: carne ai ferri e pasta in bianco, nemmeno la pizza a meno che non sia focaccia. Se il campo fosse durato più di una settimana forse a un certo punto avrei limitato l’accesso al pane e sarebbero morti di fame. Io, sono certa, non sarei stata devastata dai sensi di colpa.

Si impara che il caldo da alla testa e anche alle ascelle, in maniera diversa. Alla testa aggiunge pensieri strani, freni inibitori saltati e lingua sciolta, voglia di attaccare bottone o briga a seconda che la persona affetta da questo disturbo stagionale sia un buono o no. Mi è capitato di chiacchierare con amabili signore con orecchini di perle e magliette di cotone fatte a mano, che mi informavano che andavano alla visita ginecologica ed erano già tutte sudate, così come ho assistito alla litigata a distanza da un estremo all’altro del tram, tra il “mattacchione” riconosciuto (che parla di femminicidio, donne che sono principesse, dormire sotto i ponti e altre amenità) e quello che ancora sembra un persona “normale”, ma se ci metti i 38 gradi del tram, la stanchezza della giornata e l’eloquio a volume sostenuto del primo, può dar vita a una polemica infinita con battute che sembrano rubate ad Alex Drastico.
Alle ascelle (il caldo) aggiunge quel “nonsochè” che ti fa girare la testa dalla parte opposta, contorcendoti sul tram per evitare l’area di diffusione di quell’aroma ineguagliabile. Un’essenza molto comune, ma con declinazioni tutte personali di vita vissuta che impregna qualche corpo anche alle 8,30 del mattino. E lì ti chiedi se abbiano avuto notti faticose, piene di sogni movimentati ed emozionanti, oppure non lavino i vestiti che indossano da qualche settimana. È vero che da ieri abbiamo finito le risorse del 2019, però, caro vicino di tram, ti prego di fare un’eccezione per l’acqua e il sapone: sono certa che Greta non verrà a saperlo.

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amo i traslochi

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Nell’appartamento di fianco al nostro, dopo gli interminabili lavori di ristrutturazione che hanno deliziato le mie giornate di home working di tutto il mese di settembre, oggi stanno facendo il trasloco. Le voci che sentiremo oltre il muro non saranno più rimbombanti come se abitassimo di fianco alla grotta di Alì Babà e i 40 ladroni, stendendo la biancheria in balcone forse incontrerò altre mani e altri pantaloni stesi (e speriamo che anche loro di tanto in tanto facciano cadere qualcosa, altrimenti sarò l’unica sbadata della casa). Ho visto i cartelli che segnalavano il trasloco già qualche giorno fa sotto casa e mi sono resa conto che di giorno in giorno ero più emozionata. Sono strana, ma devo ammettere che amo i traslochi.

Amo gli scatoloni che si riempiono in una casa e si svuotano in un’altra, amo l’obbligo di selezionare tra quella montagna di cose che accumuliamo in ogni posto in cui appoggiamo la nostra esistenza. Amo il quaderno in cui scrivere cosa contiene ogni scatola (io l’avevo fatto), che ti da un senso di prevedibilità e di ordine, amo la scelta di dove rimettere bicchieri, pirofile e pentole nella nuova cucina. Amo la superficie calda e lucida dei piatti che escono scintillanti dalla lavastoviglie dopo aver abbandonato la loro copertina protettiva fatta di carta di giornale. Amo i figli che si muovono incerti in quelle nuove stanze, amo la scelta di dove posizionare i quadri, amo le piante caricate per ultime sul camion dei traslochi, amo quelle che il vecchio abitante della casa lascia sul balcone, per dimenticanza o forse per farti un regalo.

Quando abbiamo traslocato, 9 anni fa, sono stata l’ultima ad andare via dalla casa che lasciavamo. Ho preso il borsone con le lenzuola, il piumone, un cambio di vestiti per il giorno dopo, la caffettiera, l’attaccapanni che avevamo dimenticato di metter in una scatola e ho chiuso la porta di casa. Con emozione, più che malinconia. Con felicità per quello che quelle pareti avevano visto (il nostro matrimonio, la nascita di due figli, tanti amici e famiglia) e ottimismo per quello che i muri della casa nuova avrebbero saputo contenere (un altro figlio, nuovi progetti lavorativi, ancora tanti amici e famiglia e chissà cos’altro). Amo i traslochi perché profumano di un nuovo inizio, della vita che continua, di porte che si aprono. Amo i traslochi perché i cambiamenti di solito non mi spaventano e mi mettono quell’inquietudine positiva che mi fa fremere.

novità?

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“Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare” mi ha insegnato mia nonna. Per dire che poi, quando ti trovi nella situazione contingente, troverai un modo per cavartela e non lasciarti travolgere dagli eventi.

E come la borsa di Mary Poppins si riempie di oggetti improbabili, ma tutti assolutamente indispensabili, così la vita della nostra famiglia si gonfia e cambia forma per lasciare spazio all’imprevisto. A volte bello, a volte brutto, a volte normale. Ma quasi sempre accolto a testa bassa e con caparbietà da tutti e 5.

Oggi è stata la giornata delle novità, tutte quasi già inglobate nella routine.

La macchina nuova, ritirata stamattina, e messa alla prova da carichi e scarichi di figli, ingressi millimetrici nei parcheggi e accompagnamenti multipli. Ha il cambio automatico, innovazione a cui pensavo di essere meno pronta di quanto mi sia poi dimostrata, anche se mi ritrovo con due arti praticamente inutilizzati, la gamba sinistra e la mano destra, che si ritrova appoggiata sul cambio senza in realtà alcuna utilità.

Il corso di inglese e la prima lezione di orchestra per Jacopo, che trasformano il mercoledì pomeriggio (da adesso a metà giugno) in uno slalom di impegni, in cui oggi casualmente non si era ricordato di incastrare i compiti per domani. Ma passare una sera a lavorare fino a prima di cena è educativo per un dodicenne troppo concentrato su tutti gli aspetti sociali e culturali della sua vita e un po’ meno su quelli meramente scolastici.

L’apparecchio mobile appena ritirato, che Lucia dovrà mettere per adesso solo di notte per abituarsi. A mandare giù la saliva, a parlare, a dormire, a levarlo e a continuare la vita di tutti i giorni. E poi tra 15 giorni il tempo di prova sarà finito e il sorriso della mia ragazza sarà sempre con qualcosa di metallico in mezzo. Ma sarà lì che lei dimostrerà di essere un vero fiore d’acciaio, capace di abituarsi a ogni cosa.

E poi c’è la centrifuga della lavatrice in cui periodicamente piombiamo, per eventi inaspettati e difficili da mandar giù che capitano intorno a noi, in cerchi più o meno vicini al nostro. Eventi che ci tengono col fiato sospeso, ci scompigliano e ci parlano nei sogni, ci fanno riscoprire ogni giorno di più quanto sia solida la nostra famiglia.

come valeriana nel centrifuga insalata

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Non mi sono ancora abituata a una nascita, non l’ho festeggiata a sufficienza che arriva una morte da affrontare. Non ho ancora conosciuto la nuova amica che incontro vecchie conoscenze, persone che mi hanno vista l’ultima volta con le trecce e le ginocchia sbucciate.

Ho lavorato per anni in centro e adesso che la mia vita si svolge tutta a una distanza facilmente percorribile a piedi, la mia amica partorisce e abita troppo lontano per poter casualmente passare a portarle la purea questa sera (o il risotto con la salsiccia, o i biscotti, o un libro che ho finito da poco) e un’ora e mezza ritagliate per stare con lei (lusso inatteso e anomalo) è troppo poco per avvicinarsi a sufficienza per capire la sua strana calma e leggere dietro i “tutto bene”.

Non ho ancora ripreso l’abitudine a lavorare in un ufficio e già devo inventarmi come incastrare lavori nuovi che arrivano e che devo capire se so fare, come inserirli nelle giornate nuovamente piene, come lasciare spazio insaturo nella testa per poterci pensare.

È appena iniziata la settimana e già c’è un figlio che sbadiglia sul divano guardando un film alle sei del pomeriggio. Visto che è lunedì e alla cena mancano 3 ore, credo sarà una lunga e stancante serata (e domani mattina sarà durissima alzarsi).

Mi sento come la valeriana (o la rucola, che è anche un po’ amara e indigesta) nel centrifuga insalata, con qualcuno che dall’esterno tira il cordino e mi frulla in un nuovo giro di giostra. Appena mi fermo un attimo e mi scuoto di dosso le ultime gocce, ecco che il cordino viene di nuovo tirato e il cestello riprende a girare. Uscirò senza nulla di superfluo, magari un po’ spettinata.

passaggi

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C’è chi ha visto i grandi andare via e sa che adesso tra i grandi ci sarà lei. E non ha neanche una settimana per abituarsi all’idea.

C’è chi è tornato portando lo zaino sulle spalle per una camminata di mezz’ora. Quando chiedo se si è emozionata mi risponde – Sono passata per prima -, ma lo sapevo già che sarebbe andata così.

C’è chi ha condotto con i più grandi il grande urlo – Mamma, ti senti veramente potente quando fai il grande urlo -, e pensa già a quante specialità vuole conquistare quest’anno.

C’è chi ha incontrato la cera di una candela coi propri capelli e non so ancora come l’abbia tolta (io ho offerto le mie doti da parrucchiera, ma non ha gradito).

C’è chi è tornata scontenta e arrabbiata. Proprio per questo l’anno che arriva sarà ancora più importante: per trasformare le condizioni che sembrano avverse in una sfida da vincere.

C’è chi si prepara all’ingresso la prossima settimana e già si immagina come avverrà, entusiasta e sereno come chi inizia una strada già tracciata.

C’è chi da questa notte avrà qualcuno che dorme nella stanza a fianco. E potrà scoprire che non è un’intrusione nella sua vita, ma una risorsa in più per tornare a vivere.

Oggi inizia il nuovo mese e sono iniziate tante cose nuove per la nostra famiglia. Per i più piccoli e per i più vecchi. Sono stati passaggi importanti, voluti o sofferti, cercati o rimandati il più possibile. È un nuovo inizio, un autunno che prepara una primavera ricca di vita.

la musica è cambiata

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Casa dei nonni, anni 80. Io e mia sorella mettevamo sul giradischi i 45 giri di mamma: principalmente Beatles, Gianni Morandi e poi Rita Pavone, “Il ballo del mattone”, che ci trascinava in danze sfrenate sulle piastrelle di marmo del salotto.

Era il 1984. Avevo l’età di mia figlia Lucia, mese più mese meno. Abitavamo ancora nella casa vecchia (incredibile come la seconda casa in cui ho vissuto con i miei genitori, dopo oltre 30 anni, rimanga ancora “la casa nuova”, in rapporto a quella precedente), quella in cui la camera mia e di mia sorella era il salotto e avevamo diritto ciascuna all’interno di un’anta del mobile del soggiorno per attaccare figurine, disegni e tracce della nostra presenza in casa.

Siamo entrati nel negozio di musica del quartiere e abbiamo comprato la nostra prima musicassetta: “Born in the Usa”, Bruce Springsteen, in onore di mamma a cui piaceva tanto. Avevamo un mangianastri, non solo il giradischi. Ho ancora quella cassetta a casa (la mia e di Flavio, quella nuova, perché è la seconda della nostra famiglia), insieme con un’altra di Francesco Guccini, registrata da quello che sarebbe diventato mio cognato.

Quattro anni dopo, 1988, la tecnologia casalinga ha avuto una nuova evoluzione: avevamo uno stereo serio, con casse separate, mobiletto col vetro davanti e lettore cd. Consueta gita al negozio di dischi e trofeo: “Quasi come Dumas” di Francesco Guccini, che ormai era diventato l’accompagnatore canoro della mia adolescenza.

Poi c’è stato un ritorno alle origini, il tempo dei 33 giri di zio (recuperati sempre a casa dei nonni): Alan Parson Project, David Bowie, Inti-Illimani. Mettevi il disco e con perizia da cardiochirurgo posizionavi la puntina proprio all’inizio della traccia.

Oggi ho preso uno scatolone dal garage e ho deciso di fare spazio nella libreria: ho messo dentro tutti (o quasi) i cd che Flavio e io abbiamo portato a casa nostra dalle case dei nostri genitori o che ci siamo comprati e regalati in questi 13 anni di matrimonio. Ho ritrovato compilation create e regalate da amici e parenti e quelle fatte da noi per il nostro matrimonio.

Oggi, basta uno smartphone e una connessione, al massimo una chiavetta usb, per aver tutta la musica che voglio (e anche molta altra in più).

I tempi sono cambiati, cambiamo musica.