amore di mamma

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Diego sta studiando la preistoria: big bang, pangea, era arcaica, meteoriti, piogge interminabili lo affascinano e fanno nascere in lui nuove domande. Soprattutto sente il bisogno di padroneggiare l’idea del tempo, così lontano da risultare irreale, così esteso che la sua (e anche mia) immaginazione non riesce ad abbracciarlo tutto.

Questo fine settimana deve studiare i dinosauri, carnivori ed erbivori, grandi e piccoli. Legge ad alta voce la pagina del libro, mentre io cucino.

– “Iguanodonte. Fu uno dei primi dinosauri a essere scoperti, i primi ritrovamenti risalgono al …” Mamma, tu quando sei nata? –

– Nel 1975 –

– Allora eri già nata! –

– No Diego, sono vecchia, ma non così tanto –

– Ma non quando esisteva l’iguanodonte, quando l’hanno ritrovato “i primi ritrovamenti risalgono al 1822” –

Il bambino è confuso sulle date, meglio insistere per fargli capire il concetto di linea del tempo.

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multi genitore

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Questo weekend ho fatto i compiti.

Ho interrogato di latino il grande (“chiedimi la forma attiva mamma, la so”: dopo due domande era chiaro che non la sapesse a sufficienza. “Studia ancora, non la sai”). Oggi avrei dovuto interrogarlo sulla forma passiva, ma sostiene di saperla, vedremo.

Ho fatto ricopiare al piccolo un esercizio con errori di italiano che non riesco neanche a concepire (domanda “Ti è mai capitato di essere escluso?” Risposta “si, mie capitato”) e soprattutto non so come insegnare ad evitarli. L’ho interrogato di scienze e, come nelle precedenti due esperienze, ho cercato di evitare la ripetizione a pappagallo delle parole esatte del libro.

Ho aiutato a dare una forma più corretta al testo di italiano della media in cui descriveva il suo peluche preferito (“Pi ha subito molte operazioni”) e devo ammettere che, a parte qualche dubbio sulla costruzione del discorso, il racconto mi ha piacevolmente stupito per l’ironia in cui riconosco la pazzerella che lo ha scritto.

Vedo genitori di figli unici concentrati sulla prole con una dedizione e un affaticamento che non posso provare, perché proprio mi mancano le condizioni necessarie. Io il sabato mattina, con tre tavoli diversi su cui stanno facendo i compiti, mi sento come un ferroviere che gestisce gli scambi di una stazione piena di binari. E questa sensazione si ripete identica quando bisogna far quadrare gli accompagnamenti ai vari sport e impegni di ciascuno di loro tre.

E dire che l’altra mattina, tornando dall’accompagnamento a scuola, ho visto una donna con diversi bambini intorno. Ci ho messo un po’ a contarli: due in un passeggino doppio, due attaccati ai lati del passeggino, altri due un paio di metri indietro, con il grembiule e le cartelle per la scuola elementare. Totale 6 minorenni. Erano in ritardo per la scuola , ma come biasimarla?

libera nos a libri delle vacanze

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Le piaghe dell'estate sono molte, ma qualcuna è peggio di altre.
Le zanzare si possono sconfiggere, con zampironi anni 80 puzzolenti, candele al geranio e lozioni più o meno efficaci; la sabbia al fondo del letto e tra le dita dei piedi si elimina frequentando spiagge di sassi; il caldo si sopporta con gite in montagna e docce frequenti.
La piaga più devastante dell'estate, quella che ti fa prendere lo sconforto cosmico e non ti abbandona per anni e anni sono i compiti delle vacanze dei figli.
Capiamoci: non sono della setta dei genitori anticompiti, li faccio fare tutti ogni fine settimana e durante l'anno non li patisco (sarà che non li controllo mai per nessuno dei tre figli o quasi). Capisco che i compiti a casa servano per far sedimentare le competenze acquisite in classe e che lo studio individuale abbia un valore per i ragazzi. Però, maestre, maestri, professoresse e professori, vi comunico che i compiti servono anche a noi genitori. Per non dimenticare.
Non dimenticare quanto i nostri figli siano portati per la sceneggiata napoletana, quella che fa strappare i capelli, rigare il volto di lacrime e stracciare le vesti (e pure le palle del genitore di turno).
Non dimenticare quanto un'estate sia troppo corta per far stare tutto: il campo di basket, quello scout, gli allenamenti di atletica dopo aver visto i mondiali in TV, i tuffi dalle spalle e i giochi in cortile. Per i compiti, attività che chiede concentrazione e un minimo di lucidità, davvero non c'è abbastanza tempo.
Non dimenticare quanto possiamo essere capaci di litigare con il sangue del nostro sangue e la carne della nostra carne, quanto arriviamo a non sopportarci quando siamo troppo vicini. E visto che l'estate già ci darà occasioni di eccesso di vicinanza, l'assenza dei compiti potrebbe salvare delle famiglie.
Io sono una ligia alle regole, estremamente disciplinata e scrupolosa. Ma non me la sento di giurare al miur che per le prossime 7 estati (quelle che mancano fino alla terza media del più piccolo) farò fare i compiti delle vacanze ai miei figli. Non me ne vogliano le maestre e i professori. Si chiama istinto di sopravvivenza. La mia e la loro.

la classifica dei compiti

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Sto cercando di fare una classifica, ma sono ancora fortemente assalita dai dubbi.

Tre figli in età scolare significano un weekend passato a gestire come un vigile i consigli e l’aiuto sui compiti. Non mi lamento dei compiti a casa, anzi. Credo, forse andando contro corrente, che siano indispensabili per far sedimentare le cose imparate a scuola, per esercitarsi da soli in un ambiente sicuramente non ottimale per creare le condizioni migliori per l’apprendimento (il profumo dell’arrosto che cuoce sul fuoco e l’aria fredda che arriva dalla porta del balcone aperta perché io sto stendendo sono ottime scuse per pensare ad altro).

Però non posso nascondere che affrontare una mattina di compiti con tre figli contemporaneamente non sia qualcosa da cui fuggirei volentieri. E non so dire cosa mi piaccia di meno.

Se cercare di recuperare reminiscenze di analisi grammaticale o logica per aiutare il grande con gli esercizi di grammatica. Ieri mi ha chiesto “mamma, cos’è occorre nella frase <occorre comprare il latte>” “sicuramente un verbo” “ma figurati” “e cos’altro vuoi che sia! potrebbe essere un imperativo?” “mm…” risponde incerto; interviene Flavio “si, forse è un imperativo”. Dopo un po’ di pensiero solitario, Jacopo torna in cucina e mi dice “credo sia un imperativo, come ha detto papà” “veramente l’ho detto io” “si ma non è che puoi saperle sempre tu le cose di grammatica”.

Oppure ripassare cosa fa il geografo e cercare di ampliare il vocabolario di Lucia che già parlando di cosa ha fatto ai giardini utilizza sempre le stesse 4 parole figuratevi lo sforzo sovrumano fatto per riuscire a ripetere di cosa si occupano gli aiutanti del geografo (“il geologo studia le pietre” “non si dice così Lucia, si dice <minerali>” “beh, ma è la stessa cosa”).

Per ultima la new entry: i compiti di Diego. La prestazione migliore del weekend è stato sentire e cantare insieme le canzoni di inglese, soprattutto quella sull’autunno. Il piccolo della famiglia ha un grande talento per lo show ed è in grado di spaziare dal canto al ballo con grande maestria. Peccato non abbia ancora capito che l’inglese è una lingua, fatta di parole che hanno un significato e non un grammelot musicale ma assolutamente senza senso. “Let’s find mushrooms” è diventato “lez a mascgam” e non è servito a niente provare a ripetergli le parole, fargli la traduzione e sillabarle: lui stava già ballando, applaudito dai fratelli maggiori (che ne approfittavano per distrarsi).

Dopo questa prova di coraggio del fine settimana, questa mattina andando a scuola Diego mi chiede “Hai controllato che io abbia fatto tutti i compiti?” “Si, ma sei tu che devi controllare” “E ma io non so ancora leggere”.

urbanizzazione della prole

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– Mamma “chi” in inglese si dice “Why”? –

– Me lo stai chiedendo davvero? –

– Si, non lo so. Come si dice? –

– Who –

– È vero! Ma sono tutti con la w doppia… –

– Il 6 nell’8 ci sta zero volte, … –

– Stai scherzando Lucia? Pensaci bene –

Guarda il vuoto con lo sguardo perso, come se le stessi parlando in eschimese o le stessi chiedendo il risultato della radice quadrata di 39mila735miliardi.

I figli sono tornati a casa e finiscono i compiti, con impegno discutibile e risultati scoraggianti. Proprio domenica scorsa, mentre un’amica maestra spiegava che i compiti delle vacanze servono perché i ragazzi non ricomincino a settembre senza più saper fare cosa facevano a giugno, io pensavo che i miei figli secondo me si ricordavano le cose e che i compiti li avevano fatti quasi tutti.

Oggi dopo una breve sessione mattutina di compiti mi sento un po’ meno fiduciosa. La fase di urbanizzazione della prole passa anche per le tabellone e le frasi da tradurre di inglese.

Adesso vado a controllare il libro delle vacanze di Lucia; pensavo di non farlo, ma forse un’occhiata conviene darla.