volevo un figlio maschio

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Incinta per la prima volta volevo con tutte le mie forze che quello che abitava la mia pancia fosse un maschio. Perché le femmine mi sembravano troppo stereotipate, tutte bambole e collane, tutte mammine e fiocchetti.

Finché non ho conosciuto te.
Che metti in riga le bambole sedute per terra e fai la maestra, dando regole e punizioni, premi e consigli, compiti e divertimento. Ogni tanto ti ho ascoltato dietro la porta chiusa mentre giocavi e un po’ ridevo, un po’ mi facevi paura. Figurati alle bambole, che hanno un cuore di gomma piuma (o al massimo di plastica).

Che hai costruito la mia collana di bottoni mettendoli uno dietro l’altro, senza un ordine preciso e simmetrico, senza un progetto e il risultato è stato un equilibrio magico e raro di dimensioni e di colori, di materiali e di forme. Quell’equilibrio che nasce dalla creatività più pura in cui ogni cosa ha un suo posto senza neanche rendersene conto.

Che quando per un intero weekend ti sei occupata di un’amichetta di appena due anni, che si staccava dalla mamma solo per stare con te, l’hai fatta sedere a mangiare e sei stata di fianco a lei, aspettando che finisse. E quando ha chiesto qualcosa di diverso da quello che aveva nel piatto le hai risposto “prima finisci quello che stai mangiando e poi te ne do ancora, va bene?” e lei ha accettato, di buon grado, di fronte alla sua mamma incredula.

Che metti maglie improponibili con pizzi e ricami, che a me non piacciono e non comprerei mai e neanche ti farei mettere. Ma tu non sei me e hai gusti diversi e ho imparato a vederti con maglie per me inguardabili, tanto non avrei vinto nella lotta di importi i miei gusti, tanto non è quello che indossi che splende intorno.

10 anni fa ho conosciuto te, autonoma e pazza, rigorosa e creativa, implacabile e imprevedibile. Se penso alle immagini più ricorrenti del tuo passato vedo tante risate, i tuoi occhi furbi e la tua espressione concentrata, sento le tue frasi lapidarie e le tue uscite improbabili, vedo il tuo corpo sempre in movimento o capace di dormire per 12 ore di fila.

Le tue compagne ti dicono che sei strana e hanno ragione: perché sei diversa, fuori da ogni stereotipo e ruolo, libera nel costruire la tua identità, leggera nei tuoi passi come nei tuoi pensieri. La prima volta volevo un figlio maschio e poi ho conosciuto te, la mia figlia femmina.

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buon compleanno

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Avevi occhi grigi sempre attenti ed espressivi, dita magre con le unghie mangiate, un corpo lungo e nodoso, un gomito sempre coperto dalle maniche di una camicia arrotolata portata d’estate e d’inverno.

Avevi serietà e rigore, disciplina e voglia di capire, avevi sempre un libro in mano, un giornale o la settimana enigmistica. Avevi in tasca gomme minuscole, mozziconi di matita, fazzoletti puliti. Avevi coraggio e pazienza, passione e volontà, capacità di guardare lontano e di fare un passo alla volta, senza rischiare troppo, cauto e piemontese, perché sabaudo non lo sei mai stato. Avevi ironia, voglia di scherzare, fedeltà agli amici e ai tuoi ideali. Avevi capacità di inclusione, voglia di spiegare e far capire, generosità nel dare il tuo tempo agli altri. Avevi la capacità di stare solo, guardavi le tue paure in faccia e le affrontavi. Avevi la dignità di non cambiare le tue posizioni e la flessibilità di far evolvere le tue idee. Avevi un forte senso della scelta, della vita che implica delle responsabilità e delle decisioni. Avevi bisogno di libertà perché avevi vissuto cosa voleva dire non essere libero, avevi la tua bicicletta che era sempre stato il tuo mezzo per andare nel mondo. Avevi la passione educativa, la voglia di confrontarti coi giovani, la curiosità di scoprire il loro mondo, avevi netta la consapevolezza che raccontare il passato fosse un compito della tua generazione.

Sei stato capace di volermi bene completamente, senza aspettative, senza freni, senza qualcosa che ci separasse mai. Mi hai insegnato ad andare in bici, a riconoscere un fungo buono da uno cattivo, a supatare l’albero dei ramasin, a curare le rose nell’orto, a scoprire un bosco in città. Mi hai insegnato a essere democratica, mi hai trasmesso la passione e la testardaggine, l’intolleranza verso l’ingiustizia, il rigore e la fatica di portare sulle spalle questi doni così poco moderni. Mi hai lasciato un orologio, anzi te l’ho preso, per ricordarmi di vivere ogni momento con la stessa intensità con cui l’hai vissuto tu, con la stessa sete di futuro, con la stessa speranza nell’uomo.

Oggi avresti festeggiato 100 anni e io festeggio. Perché continui a essere nella mia vita, continui a ispirare i miei pensieri, continui a grattarmi il pollice mentre mi stringi la mano.

Buon compleanno nonno, questo mondo avrebbe ancora così tanto bisogno di te.

come si porta un maglione sformato 

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Se penso a te oggi che compi 9 anni, devo ammettere di non averti mai vista piccola. Sei sempre stata dell’età che avevi, ben accomodata nel tuo oggi, capace di cogliere ciò che stai vivendo senza farti distrarre da rimpianti passati o sogni futuri.
Se penso a te tra 10 anni, ti immagino come sei ora. Solare e tenace, autonoma e spontanea, dritta per la tua strada con la testa alta e il passo deciso.

C’è una canzone che dice “e sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans”. Tu sei così, una che sa sorridere e decide quando farlo.

Ti auguro jeans e maglioni sformati da metterti addosso, bella ragazza mia.