quando si parla di comunità educante

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La scorsa settimana, ad un incontro sul territorio in cui abito tutti i giorni, chi parlava ha usato spesso il termine “comunità educante” e io ho istintivamente annuito convinta, concordando rispetto al ruolo fondamentale che questa ha nella crescita dei ragazzi. Ma forse se me ne avessero chiesto una definizione, avrei descritto qualcosa di poco concreto e verificabile.

Invece oggi la comunità educante l’ho incontrata. E ci ho anche parlato per venti minuti al telefono, fuori dagli orari di lavoro. E posso dirvi che cos’è.

La comunità educante è una maestra che parla col genitore del bambino che ha ripreso il giorno prima per un comportamento non corretto, per spiegare qual è il motivo di quella annotazione sul diario, raccontare il contesto in cui è avvenuto, sottolineare il valore educativo di quell’intervento.

La comunità educante è una coppia di genitori che nel leggere la nota sul diario del figlio approfondiscono con lui il motivo di quella segnalazione, restano sulle loro posizioni di fronte alle sue lacrime, ribadiscono il valore del dire la verità e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

La comunità educante sono due fratelli maggiori che si accorgono che la situazione è un po’ tesa e che siamo di fronte a un momento in cui possiamo dare una svolta, possiamo insegnare tutti che la verità è importante ed è un valore non negoziabile. E allora si mettono da parte, non prendono in giro per la nota il più piccolo della famiglia, lasciano intimità al momento della confessione dell’errore, non sono morbosi nella richiesta di informazioni.

La comunità educante sono tante altre persone, che si sono accorte del problema, l’hanno segnalato con discrezione, hanno giocato il proprio ruolo e si sono assunte la propria parte di responsabilità.

È tutto molto concreto, verificabile: sono azioni (prendere il telefono e prima di andare a scuola parlare 20 minuti con un genitore), risorse di tempo utilizzate (stare a parlare col figlio in questione tutta la sera o quasi e quindi cenare tutti in ritardo, dare lo spazio e il tempo per riuscire a tirare fuori il rospo che sta lì fermo in gola di un piccolo uomo di 7 anni), cose non fatte (insistere per sapere qual è stato il gesto sbagliato, restare nella stanza in cui qualcuno sta raccontando qualcosa di cui si vergogna).

È mettere al centro quel piccolo uomo di 7 anni, averlo tutti bene in mente e nel cuore, sapere che ogni cosa che facciamo e diciamo avrà un’influenza sulla sua crescita. E decidere di giocare in squadra questo gioco, parlarsi, confrontarsi e remare tutti nella stessa direzione.

Oggi ho incontrato la comunità educante che mette al centro mio figlio Diego e penso che avrà una strada ricchissima di possibilità, perché così tanti remano insieme a lui finché avrà bisogno di aiuto per imparare a guidare da sé la sua canoa.

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perché è bello lasciarvi andare

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Ci sono due zaini pronti in camera, con dentro magliette, calze, pantaloncini e maglioni pesanti. Ci sono due zaini carichi di allegria, paura di qualcosa di nuovo, voglia di godersi l’ultimo campo, entusiasmo, autonomia. Ci sono due zaini che torneranno infangati, con gobbe e sacchetti aggiuntivi appesi fuori perché la roba sporca occupa più posto di quella pulita, pieni di ricordi, emozioni, esperienza.

Lucia e Jacopo partono per il campo scout e io penso che è proprio bello lasciarvi andare.

Perché lontano da me scopro quanto siete autonomi e indipendenti, capaci di cavarvela e pieni di risorse. La mia vicinanza vi impigrisce e rallenta la vostra corsa verso i giorni che vi aspettano.

Perché i vostri piedi hanno misure diverse dai miei e le vostre gambe camminano ad altri ritmi. E nell’andare per il mondo ciascuno deve trovare il proprio passo per poi poter essere capace di stare a fianco degli altri, in un passo comune che tenga conto delle esigenze e dei tempi di tutti.

Perché il mondo è troppo grande e bello e pieno di esperienze per limitarsi a quelle che potremmo fare insieme. Avete l’energia e lo stupore dei vostri anni che non saranno mai gli stessi di quelli miei, perché la vostra sete di scoperta deve trovare più fonti per poter essere soddisfatta e al tempo stesso continuamente alimentata.

Perché non si educa mai da soli, ma con altre persone intorno. E le persone con cui andate sono nostri compagni di strada, fratelli e sorelle nell’educazione, tutti tesi verso lo stesso obiettivo, tutti appassionati dello stesso progetto, tutti innamorati delle stesse persone: la bambina e il ragazzo che siete, la donna e l’uomo che diventerete.

Perché i vostri sorrisi, le vostre chiacchiere, i vostri graffi e la vostra stanchezza raccontano molto più di quanto vedrebbero i miei occhi se fossi lì con voi. Raccontano non solo ciò che è successo fuori, ma quello che si è trasformato dentro di voi, mentre la vita scorreva, mentre mangiavate con gli altri su un tavolo senza tovaglia, mentre scoprivate il bosco, mentre affrontavate la fatica, mentre superavate la timidezza.

Allora andate, ragazzi miei, da soli per la strada. Andate a costruire il vostro futuro, andate a mettere un mattoncino sopra l’altro per dare fondamenta alla vostra persona, andate a scegliervi la strada e i compagni di viaggio, perché ognuno ha la responsabilità di fare delle scelte. Andate a vivere la vostra vita. E io sarò felice e serena, perché so che quello che vi ho dato e continuo a darvi ogni momento, ve lo portate dentro, sulle mani, negli occhi, nel naso e nella bocca, che se fosse solo dentro il cuore non uscirebbe mai dai vostri gesti, dal vostro modo di guardare il mondo, di annusarlo, di assaporarlo.

Sarò felice ed emozionata, perché vedere una bambina e un ragazzo che vanno da soli ad affrontare il mondo è sempre un’emozione fortissima e indimenticabile.

la mamma che sei

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Oggi ho visto mamme lasciare i loro figli rotolarsi su un prato in discesa, che poi tutti lo sappiamo che sono quelli migliori, perché quando ci si gira e rigira in questa giostra naturale terra e cielo si toccano, si confondono, si abbracciano.

Oggi ho visto mamme preparare piatti di insalata di pasta per i loro figli e tenere bicchieri mentre loro correvano a giocare a pallone. Ho visto mamme raccogliere la stessa insalata di pasta caduta per terra e pulire le mani dalla polvere dei gessetti.

Oggi ho visto mamme far finta di non vedere la quarta fetta di salame entrare nel pancino di una bimba golosa e vivace, che il no non è che non lo ascolti. Semplicemente non lo sente.

Oggi ho visto mamme dividersi tra i figli, sgridare chi ha appena spinto il fratello, ma dire subito dopo che di solito è lui a prenderle e a volte gli capita di perdere la pazienza. Oggi ci sono state delle mamme che hanno pensato ai miei figli, per quanto non fossero lì con noi.

Oggi ho visto mamme parlare tra loro e occuparsi di tutti i figli che erano lì intorno, senza preoccuparsi che fossero i propri. Ho visto mamme rinunciare all’ultimo pezzo di melone per darlo alla figlia che aveva appena scoperto quanto fosse buono.

Oggi ho visto bambini correre felici, abbracciarsi e gioire per un gol, saltare in braccio a un’altra mamma che non è la loro per salutarla, chiedere insistentemente se potevano prendere anche loro una piantina, stare bene ed essere felici per il solo fatto di stare insieme.

Oggi ho visto mamme, papà, nonni, zii, bambini e amici dedicarsi del tempo e delle cure. Ho visto persone legate le une alle altre, la manifestazione concreta di quella comunità educante che accoglie i compiti e le responsabilità che arrivano con gioia e naturalezza, con la generosità di chi restituisce quello che ha avuto.

Oggi ho avuto ancora una volta la dimostrazione che non importa, mamma, se sei stanca: non pensarci e crea occasioni per stare insieme, sono quelle che ti daranno energie domani. È con gli altri, col loro aiuto e il loro confronto, che puoi essere la mamma che sei.