apocalittici e integrati

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Quando andavo all’università si parlava molto (e devo ammettere di non averlo mai letto) di un saggio di Umberto Eco, Apocalittici e integrati, per rappresentare due atteggiamenti opposti rispetto ai mezzi di comunicazione di massa. Il saggio è del 1964 e da allora di passi in avanti (o indietro) se ne sono fatti molti. Ho sempre pensato che si debba avere un atteggiamento da integrati consapevoli: dei punti di forza e di quelli di debolezza di strumenti che possono trasmettere qualsiasi messaggio, ma che possono anche trasformarlo, proprio per le loro caratteristiche intrinseche.

Da una settimana il web è stato il centro delle mie giornate, con un controllo compulsivo dei social network alla ricerca di aggiornamenti su ciò che mi sta a cuore, di modi per allargare la cerchia di “persone informate sui fatti”, di sostegno da offrire e da ricevere. Ed è stato il mondo anche di mio figlio Jacopo che durante le partite dei mondiali chatta (attraverso il mio telefono) con un buffo gruppo di ascolto, composto da 12enni e 40enni, amici suoi (che usano il telefono delle mamme) e amici miei (che si ritrovano improvvisamente giovani).

Il web e le chat in questa settimana hanno avuto un fortissimo potere aggregante, hanno sostituito il trovarsi fisicamente in un posto (cosa che sarebbe stata difficile o innaturale) e mi hanno connesso con molte persone, di cui conoscevo solo in parte le storie. Mi hanno trasmesso quel senso di comunità che nei momenti difficili ti fa stare a galla, quel calore che ti serve quando l’attesa diventa estenuante e sembra essere senza un orizzonte. E hanno dato un senso alle partite viste da Jacopo, come quando noi eravamo giovani e ci ritrovavamo tutti insieme a vederle.

Forse le prossime partite le vedremo tutti insieme, forse le stesse persone di cui leggo su fb le incontrerò tra poco, per festeggiare la fine della paura. Ma adesso sappiamo, una volta di più, di essere comunità. E abbiamo bisogno di comunità, di vicinanza. Di affrontare insieme il domani.

«nessuno è mai morto di pidocchi»

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Il suggerimento me lo da mio marito, che legge sul post questo articolo sui pidocchi (I pidocchi sono sopravvalutati?).

Ho passato serate a spulciare i miei figli, a inseguire animaletti e animaloni, uova vive e uova morte, a mettere i pupazzi in prigione nel sacchetto di nylon chiuso ermeticamente. Con risultati altalenanti e spesso non proporzionali alla fatica, allo stress, al nervoso che veniva a tutta la famiglia (i bambini che ti supplicano di non rifargli il trattamento perché tanto non funziona… come se per te fosse un’attività piacevole, quasi uno svago). Ho fatto trattamenti in casa, in campeggio, in albergo, a capodanno. Ho visto davanti a scuola bambini con fasce e bandane in testa per evitare di essere “contagiati”, ho assistito a riunioni di classe in cui i genitori si scagliavano gli uni contro gli altri, divisi dalla scelta di rimandare o meno i figli a scuola dopo aver fatto il trattamento, ho ricevuto come rappresentante di classe telefonate da una mamma che non mandava più la figlia a scuola per i pidocchi (figlia a cui dalla nascita non avevano mai tagliato i capelli) e che mi chiedeva di intervenire (tipo ghostbusters?), ho partecipato a una riunione sul “protocollo operativo per la gestione della pediculosi nelle comunità” organizzato dalla asl. E ho sentito una mamma che ha addirittura “studiato” l’origine dei pidocchi (e non ho osato chiedere cos’abbia scoperto).

E nonostante questo pedigree di tutto rispetto i miei figli i pidocchi li hanno presi ripetutamente, li hanno passati ad altri (un paio di volte anche a me), li hanno cresciuti e allevati come animali domestici, si sono grattati come pazzi.

Ma come dice Jacopo “se tanto tornano comunque, mamma, perché perdere tempo e soldi a cercare di mandarli via?”. Forse perché abbiamo paura, da mamme, di essere additate come quelle che i figli non li controllano, non li guardano, diffondono le malattie.

Quando poi le malattie più gravi sono l’ignoranza e la stupidità. Malattie congenite, dalle quali è difficile guarire!